Può sembrare strano, ma a trent’anni dal Grande Sisma Irpino ci sono paesi in cui ferve ancora la ricostruzione. Ovvero, la ricostruzione della ricostruzione.
Ma andiamo per gradi.
Manocalzati conta poco più di 3000 abitanti. Di fatto è conurbata con Avellino, quale prolungamento di Atripalda. Si adagia tra le basse colline ad est, lungo l’Ofantina e si protrae fino alla sponda nel fiume Sabato, che funge da confine proprio nel centro urbano atripaldese.
La storia del paesino è raccontata in un volume multimediale i cui stralci sono reperbili sul web.
L’origine del nome è poco certa: c’è chi la fa derivare da “male calbiati”, ovverosia “luogo poco dissodato”, c’è chi insiste sull’aspetto bellicoso degli abitanti, sempre con le mani “calzate” da attrezzi offensivi.
Nei miei ricordi di bambina, Manocalzati era il paese dove mio padre comprava la carne (perché era buona, diceva).
Oltre il Centro vero e proprio, ci sono anche due frazioni: Faenzera (noto come un sito di ceramisti) e San Barbato. Questo ultimo borgo era una vera e propria municipalità, che alla metà del 1800 contava meno di 500 abitanti. Per tanti motivi, tra cui l’intuizione di cooperare in economia di scala e di unire le forze ed i servizi (vorrei sottolineare questo episodio per gli irriducibili dell’autonomia ad ogni costo), Manocalzati già nel 19° secolo chiese l’unificazione dei due centri abitati, ricevendone uno sdegnoso rifiuto. Per la verità, un motivo più che serio c’era: un borgo con meno di 500 abitanti non era sottoposto alla leva obbligatoria e San Barbato riusciva a trattenere i suoi figlioli.
Di San Barbato, però, ne parliamo fra qualche paragrafo.
La guida di oggi è un Consigliere del Comune di Manocalzati, Raffaele Bilotto. Mi accompagna con entusiasmo nel giro del paese attraverso i cantieri e progetti. Ho capito che oggi parleremo essenzialmente di lavori pubblici.
Manocalzati, infatti, pullula di cantieri in atto e di vistosi rendering dei lavori a farsi, qua e là lungo il paese.
La lista delle opere realizzate e da realizzare è sorprendentemente lunga: strade, messa in sicurezza delle scuole, camminamenti, ritracciamenti di strade rurali, acquedotti, strutture sportive, convogliamento delle acque piovane, parcheggi, alcune piazze, argini, basolati, marciapiedi, fontane e sorgenti, illuminazione pubblica, consolidamento frane, un nuovo asilo.
C’è da rifare un paese, insomma. Raffaele mi dice che l’Ufficio Tecnico del Comune è “d’avanguardia”: tre ingegneri e due geometri che aiutano nel ridisegno del paese.
Mi viene raccontato che, nonostante la prima ricostruzione post-sisma, il paese non aveva ancora tutte le strutture urbane previste (e qualcuna necessitava di restauro e manutenzione) e ciò rendeva anche la cittadinanza piuttosto depressa per le condizioni di provvisorietà urbanistica. Lo sblocco dei fondi per le opere progettate è avvenuto pressoché contemporaneamente ed ora il paese è quasi tutto un cantiere.
Oddio, alcune opere non sono ancora iniziate, come il parcheggio sottopiazza e la Piazza dedicata ad un “manocalzatese” illustre, John Ciardi, di cui parlerò a breve, ma “Verrà completato tutto.”, mi viene confermato.
Ci fermiamo al piccolo parco urbano, che include una camminata fino alla Chiesa di S.Antonio, raggiungibile anche da una via esterna. Tutto intorno Manocalzati ci sono verdi colline, rese ancora più lussureggianti dalla tanta pioggia che si sta scaricando in Irpinia in questa fine primavera. Manocalzati è zona residenziale e molti – anche ‘forestieri’ -hanno scelto di costruire una villetta da queste parti, perchè questa mezza collina è piacevole da abitare.
/image%2F0047528%2F20140301%2Fob_4e207b_centro-storico-lato-abbandono-2.jpg)
/image%2F0047528%2F20140301%2Fob_16887a_antico-portone-castello-2.jpg)
