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Villamaina - Seconda parte

Ci fermiamo per un attimo al palazzo ducale, ricostruito modernistamente (un neologismo estemporaneo): non si riconosce nulla di quello che fu, con queste tapparelle verde-bottiglia in contrasto lacerante con il rosso mattone dipinto sulle facciate.

La ricostruzione di Villamaina – tranne per pochissime cosette – è anonima e realizzata con fretta e per la fretta delle popolazioni terremotate. Ce n’è da dire su questi scempi! Ma a vedere come stanno andando le cose a L’Aquila con i moduli C.A.S.E. (che ironia!) forse siamo stati più bravi. O più fortunati, chissà.

La storia di Villamanina è ricca e nobile: latini, normanni e longobardi. Vi hanno abitato e dominato baroni, conti e duchi. Si erge più alta tra le colline dintorno, circondata da una ragnatela di quasi-interpoderali molto trafficate. Io stessa per arrivare qui ho scelto (rischiando di perdermi) di percorrere queste stradine, anziché la strada canonica. Si procede in saliscendi, a volte ripidi, tra campi coltivati, boschetti e segnali di STOP e “rischio nevicate”. Una sera, addirittura, incontrai ben cinque volpi lungo i cigli. In un punto basso del percorso, si stagna l’odore della Mefite.

Una foto all’arco, che era una vecchia entrata di palazzo, ed una alla Chiesa. Poi, prendiamo l’auto ed arriviamo all’ “Antica”, che è una zona fuori il paese, dove ‘Zio Vincenzo lo volontario’, maestro scultore, ha costruito un parco che alla sua morte ha voluto donare al Comune, rendendolo aperto al pubblico. Infatti, il Comune – come racconta Roberto – lo ha ben utilizzato ospitando vari campeggi, tra cui il più importante, quello di Legambiente, quando arrivarono volontari ecologici da tutto il mondo. Il Parco della Madonna dell’Antica è pieno di opere in pietra (tutte di ispirazione religiosa), disseminate tra gli alberi. C’è anche un blocco servizi per i campeggiatori ed un angolo barbecue&ristoro. In effetti, è carino, con tutti angoli ed anfratti vegetali, per giocare, starci, parlare, discutere, e provare a salvare il mondo!

Ci trasferiamo all’antica fontana del Formulano, il cui nome sarebbe gentilizio, come dall’iscrizione incisa sulla pietra. Villamaina è in alto rispetto alle sorgenti e l’acqua necessaria veniva portata su con grosse giare poste sulla testa o con le bestie da soma. Ciò fino a quando – con i soldi delle rimesse degli emigrati oltreoceano – negli anni ’20 non venne costruita una pompa elettrica per sollevare l’acqua nelle tre fontane nel centro del paese. Nella zona furono trovati importantissimi reperti romani, come pavimenti mosaicati, vestigia di ville costruite attorno alle sorgenti. Adesso, intorno alla fontana, il verde è stato ripulito grazie all’opera di 40 ragazzi volontari, durante la giornata ecologica tenuta ad agosto, mentre l’Amministrazione comunale ha fornito materiali ed attrezzature.

Sui tavolacci in tronco appena sopra l’antica fonte, in compagnia di minuscole ma agguerrite zanzare, riprendiamo il nostro discorso-intervista sullo sviluppo territoriale.

Scopro che Roberto è – inconsapevolmente – un funzionalista alla Talcott Parsons (sociologo americano), cioè vede la società come un ingranaggio composito, dove ciascuno prima o poi riesce a trovare il meccanismo o la cremagliera dove poter inserirsi e ‘funzionare’. “Il problema è che oggi – dice Roberto --con la precarizzazione del mondo del lavoro, chi decide di formarsi non ha più garanzie di entrate negli ingranaggi sociali e produttivi”, di un funzionamento locale che faccia poi parte del funzionamento più generale della società, cioè. “Dopo la laurea di primo livello e poi la specialistica, magari un master e forse pure qualche tirocinio, qual è il risultato finale? Il nulla. – continua Roberto – Una volta che sei diventato un ingranaggio ben costruito (formato) pronto per esercitare il tuo diritto ad avere un lavoro, ti sbattono in un ‘deposito’ senza prospettive. Ecco, noi qui al sud siamo un ‘deposito di rotelle’. E dopo un po’ che stanno nel magazzino, che fai? Le gghiett? (trad: le getti? Ndr: Sottinteso le rotelle)”.

Tina, invece, è più romantica e crede fermamente nel valore della professionalità come passe-par-tout per lo sviluppo, tant’è che Antonio – più silenzioso e il più giovane – sarebbe quello che ha scelto la strada di una alta professionalità tecnica, probabilmente indispensabile prossimamente in un futuro.

Siamo seduti nell’imbrunire, come quei quattro amici che al bar volevano cambiare il mondo. Ma non sono assolutamente più neanche i tempi di Gino Paoli e della sua post-sessantottesca canzone. Siamo abitanti della stessa Irpinia, ma di generazioni diverse (la mia e la loro), eppure accomunati dallo stesso senso di sconforto davanti alle nebbie di un futuro che non c’è. L’antropologia di queste terre, ora, è la deriva di un’altra, di un’antropologia contadina persa, cristallizzata solo nella paremiologia (detti e proverbi) e negli sguardi di pietra delle facce solcate e brunite degli anziani agricoltori.

Torno a casa che è buio per lo stesso dedalo di strade quasi-interpoderali, uscendo al bivio di Paternopoli e poi riprendo l’Ofantina.

Un futuro che non c’è… il vuoto… il nulla… Il ‘Vuoto’ e il ‘Nulla’ – se non ricordo male – sono due concetti filosofici, fondamentali, però, nell’astrofisica. Il ‘Vuoto’ si ha in mancanza di riempimento di uno spazio che già esiste, il ‘Nulla’ semplicemente non è.

Noi, oggi, cosa siamo: vuoto o nulla? La bacheca dei commenti è aperta.

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Tag(s) : #reportage in Irpinia, #Villamaina
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