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I confetti non comunicativi

"I mariti devono portare l’autorizzazione scritta delle loro mogli prima di scegliere il colore."


L’avvertimento è apparso in una ferramenta americana (in foto), scritto dai commessi esasperati dai reclami delle mogli rispetto alle gradazioni della tinta acquistata da mariti disattenti. Come avete compreso, la lite sul colore della tinteggiatura (come tanti altri casi) ha la sua causa in un difetto di comunicazione nella coppia. Buona parte delle ultime ricerche sui problemi di coppia si sono concentrate sui difetti comunicativi, o meglio, sulle differenze comunicative tra partners.
Tutto è comunicazione. Le autostrade come i canali linfatici, il DNA e il codice binario. Anche il silenzio ha una fortissima potenza comunicatrice.
Forse, ogni problema potrebbe essere analizzato e risolto solo in chiave “comunicativa”. O forse è la mia formazione che mi porta a sopravvalutare la comunicazione in ogni aspetto della vita. Non solo umana, visto che - per esempio - uno degli argomenti di studio universitario (Sociolinguistica) è la comunicazione delle api.
Pare che non ci sia nulla di più utile, nell’ambito delle Teorie-per-il-Funzionamento-di-una-Relazione-Affettiva, delle Tecniche di Comunicazione — a detta degli studiosi — per evitare lo sfascio di un matrimonio o di una coppia più in generale.
Fino a qualche decennio fa, gli stili e gli errori comunicazionali dei partner erano oggetto di vignette (una per tutte: “La velocità con la quale una donna dice Oh, nulla… alla domanda Cosa c’è? è inversamente proporzionale all’intensità della bufera che sta per abbattersi su di voi.”), film e pièce comiche. Ora, invece, grazie agli studi in materia, le patologie o le défaillances comunicative sono ben catalogate e risolvibili. Anzi, si possono pure prevenire. Ciò non di meno, però, i film e le commedie ispirate alla “guerra tra sessi” rimangono numerosi: Maschi contro femmine (2010), Femmine contro maschi(2011), What Women Want – Quello che le donne vogliono (2000), Hitch – Lui sì che capisce le donne (2005), Il dottor T e le donne (2000) e così via.
Prima di finire nel complicato con le teorie psico-sociali, vorrei accennare brevemente a come cambiano i metodi per comunicare: SMS, MMS, chat, tweet. Parole sincopate, criptate, emoticons e sigle sono il nuovo linguaggio, anche dell’amore. Inizia con un ASL (Age, Sex, Location) o MoF (Maschio o Femmina) e termina con NTM (Non Ti Merito), mentre del mezzo c’è una geenna di sigle, contrazioni ispide, acronimi indigeribili.
L’innamoramento nel terzo millennio è un’orgia di bytes. Ci si dichiara via SMS o WhatsApp, ci si ama via Skype, si postano fiori via Instagram, ci si lascia via tweet. Senza troppe emozioni si affida la propria irrevocabile decisione alla sequenza di tasti, alla risoluzione in pixel. Si trasforma un sentimento o un’emozione in una banda numerica. Rabbia, insoddisfazione, delusione, noia… tutto viene sequenziato attraverso il frullo convulso dei pollici su di una piccola qwerty digitale. Tuttavia, il mezzo non sempre è il messaggio, con buona pace di McLuhan. Che importa usare un tweet per dire “ti amo”. L’importante è amarsi, no?
Uno dei testi fondamentali sulle differenze comunicative di genere è il famoso Ma perché non mi capisci di Deborah Tannen. Diciamo che il libro divenne una sorta di “Cassazione” sulla difficoltà (o impossibilità) di trovare un accordo comunicativo tra uomini e donne e, quindi, sperare in una reale serenità comportamentale. Oddio, la Tannen ha solo descritto le cose com’erano, mica ha dichiarato guerre. Poi, negli anni successivi, molti studiosi si sono applicati a cercare le differenze neurofisiologiche che potessero spiegare le diversità comunicative tra i generi. Molti di noi si sono fatti l’idea che sia biologicamente impossibile capirsi tra uomini e donne. Personalmente, sarei di altro avviso. Secondo me, per quello che ho visto e capito, la diversità comunicativa è un prodotto culturale. Insomma, dal punto di vista cognitivo, femmine e maschi si diventa, nelle parole e nei comportamenti, adeguati o patologici che siano.
Questo apprendimento comunicativo e linguistico inizia presto. Sono i fondamentali della cultura che impongono i ruoli e le parole per definirli. Per non tirarla a lungo, al di là della lettura pedissequa di interminabili liste e sermoni sulla buona comunicazione pratica, ho anche capito che i mediatori famigliari, gli esperti di comunicazione e gli psicoterapeuti americani adorano semplificare e fornire rapide ricette agli sconquassi relazionali, sotto forma di prescrizioni pratiche. Ciò, però, non salva i matrimoni negli Stati Uniti.
Ho letto anche di un’altra ricercatrice americana che si lamentava, invece, della poca comunicazione tra partner, la cui principale patologia sarebbe il dare tutto per scontato senza argomentare. Eppure - mi sono chiesta - le donne vengono per lo più incolpate di parlare troppo, laddove una ricerca - pubblicata sul «Wall Street Journal» nel giugno 2013 - ha statuito che gli uomini reagiscono solo con le azioni non con le parole. La conseguenza è che la comunicazione pare pressoché impossibile.
Insomma, idee chiare non esistono.
Tutte queste pippe sulla comunicazione non sono inutili, nel senso che ci fanno capire che, in definitiva, sia solo una questione di buone abitudini, di cortesia e educazione. Se vogliamo, anche di bon ton. Mi è venuta in mente una delle regole (ufficiose) del St. Moritz Tobogganing Club (esclusivo club svizzero che organizza celebri e spericolate gare di toboggan, uno slittino evoluto, sull’orlo di un precipizio, le Cresta Run): “Sposa qualcuno con cui ami parlare. Con la vecchiaia questa dote si rivelerà più utile della chirurgia plastica”. In altre parole, bisogna abbozzare, comprendere e chiedere scusa - il che non sempre è un’ammissione di torto, bensì è considerare la relazione più importante del proprio ego. (Questo concetto sull’importanza della relazione e non del proprio ego è statuito in un noto aforisma che impazza viralmente sul web. Pare sia anonimo. Ho fatto alcune ricerche scoprendo che in Italia è stato attribuito al tuttologo Fabio Volo.)
L’avvocato matrimonialista Anna Bernardini De Pace («Il Giornale», maggio 2011) scrisse di un decalogo che sua nonna, giornalista leccese, redasse nel 1905 come lista di consigli per diventare una buona moglie. Più che un predicozzo, è un elenco di pratiche comunicative, verbali e comportamentali. Alcune sono anacronistiche, come sull’uso del di lui denaro - per via che le donne di allora erano quasi tutte casalinghe senza reddito - altre sono oltremodo superate, come leggere gli articoli dei giornali per informarsi e per avere delle conversazioni con il marito, ma quasi tutte, al di là della forma catechistica, sembrano ancora valide. Può far sorridere, un decalogo del genere, ma ad analizzarlo meglio, è una lista di furbizie, di atteggiamenti per “maneggiare” un marito e non far fallire il matrimonio. A noi può far arricciare il naso perché la verità dei pensieri di una moglie viene mascherata, ma non negata e si instilla il principio che l’uomo sia da prendere un po’ per scemo. A quei tempi il fallimento di un matrimonio era un dramma per la donna senza mezzi di sostentamento e ciò spiega tanta diplomazia. Ma oggi?
Intanto, pare universalmente accettato che la mancanza di comunicazione, ovvero una comunicazione sbagliata, sia il vero cancro di una relazione. Questo è anche l’argomento di un film, Una separazione, uscito in Italia nell’ottobre del 2011, in cui si evidenzia che la carenza comunicativa sia principalmente dovuta alla mancanza di valori simili e/o condivisi. Non basta decidere di stare assieme, occorre avere qualcosa in comune sulla quale costruire un dialogo e una vita. Questo assioma porta dritti dritti alle teorie di John Medina, un biologo molecolare che però ha scritto di Quoziente Empatico e di intelligenze. Il Quoziente Empatico non richiede per forza una soluzione dei problemi relazionali, ma solo comprensione delle istanze del partner. Per “La seconda legge del Matrimonio di John Medina”, la soluzione sta tutta nell’abbandonare il proprio ombelico, cioè di togliersi dal centro dell’universo, intorno al quale tutto il resto deve orbitare.
A pensarci bene, astronomicamente parlando, le ellissi, ossia la forma delle orbite planetarie, presuppongono geometricamente due fuochi, io e il mio partner. Anche John Medina arriva alla conclusione che i migliori coniugi sono soprattutto i migliori amici di loro stessi, qualcuno a cui con tranquillità riesci (non “sei obbligato”) a dire tutto. E questo ci riporta al mantra dei Cresta Runners, qualche paragrafo indietro. Ma non solo, in una simpatica vignetta trovata in rete, appaiono due ragazzini di cui “lui” sussurra a “lei” questa confessione: “Io so accettare quando tu sbagli”. Sembra il segreto della felicità.
C’è anche una fortunata teoria, elaborata da Sebastià Serrano e illustrata in "Termodinamica dell’amore", in cui si spiega che come tutti i sistemi fisici di questo universo, anche una coppia è destinata all’entropia (sarebbe la normalizzazione della temperatura, una sorta di brodo tiepido) se non si apporta energia dall’esterno. Nel caso di Serrano, questa energia è soprattutto comunicativa: introdurre, cioè, nell’ecosistema di coppia, le narrazioni, i dialoghi, l’affabulazione fascinosa.
Quella giusta per Rajesh Koothrappali, personaggio della famosissima e fortunatissima serie tv The Big Bang Theory, è Siri, l’assistente vocale dell’iPhone. Dolce, sempre disponibile, mai perentoria, mai offensiva, mai musi lunghi, soprattutto mai shopping, disponibile a parlare senza rabbia. Ancora un’assistente vocale, di nome Samantha, è il co-protagonista del film di Spike Jonze Her, presentato al Roma Film Festival a novembre 2013. Il film è noto perché Scarlett Johannsson ha acchiappato un premio come miglior protagonista femminile, pur non apparendo mai nel film, semplicemente dando la voce a Samantha. Al cospetto di voce sola si è meno vulnerabili. Sarà. Intanto, mi è venuto in mente che siamo sempre più afflitti dalla “sindrome dei confetti". È una mia concettualizzazione, non la troverete mai da nessuna altra parte. Voglio dire che siamo “confettati”, cioè siamo racchiusi in un involucro duro, magari multistrato, ognuno con il suo nucleo ben protetto e con poca voglia di interagire con persone vere che temiamo possano modificarci, mortificarci, sfruttarci. Preferiamo non rischiare e ci innamoriamo di Siri. O di Samantha.
Tutto questo pippone (che potete leggere in forma completa e dettagliata nel mio saggio) per dirvi che ci siamo: oggi pomeriggio tocca a me. Siamo in piena Fiera del Libro alla Dogana dei Grani di Atripalda. Avete già letto di Donatella e della sua missione. Oggi — se avrò l’onore della vostra attenzione — vi anticipo qualche ’chicca’ dell’argomento del forum che inizierà alle 16. Vengo prima di Masullo, per capirci.
Il titolo del forum è "Amarsi nel Terzo Millennio". Con Donatella abbiamo pensato ad un argomento trasversale che interessasse tutti, quasi come il cibo. Il dibattito è aperto e libero e ciascuno può dire la sua o fare le domande. Introdurremmo l’argomento parlando di diversi esempi di comunicazione nell’amore e dell’amore, utilizzando tre libri: "Gocce di Rugiada" di un amore via e-mail; "Scia luminosa di un tramonto" di Pia Cascone sulla sua lunga vita di donna e moglie nella Napoli dagli anni ’20 in poi, e "Trenta giorni di luce" di Francesco Maria Olivo, racconto di una storia verissima (anche questa napoletana) di un amore impossibile attraverso lettere e messaggeri d’amore. Parlerò anche di altri romanzi basati sugli scambi epistolari (carta o bytes), e vi racconterò di amori che prosperano o si spengono sulle condivisioni social. Perché è tutta una questione di comunicazione. Anche l’amore.

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Tag(s) : #Amore 3.0, #Fiera del Libro di Atripalda
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