Se per caso avessi qualche volta talune perplessità sulla scelta dell’argomento di cui scrivere per Orticalab, non ne ho alcuna nella scelta degli argomenti per Orticaland. Il mondo è stra-pieno di situazioni che vanno assolutamente demolite con l’ironia e qui è il posto giusto. Hic manebimus optime.
La scatola degli spaghi-troppo-corti è sempre ricolma e non scema il contenuto delle … scemità umane.
Prendete (come hors-d’oeuvre) questa constatazione (ma poi passiamo rapidamente ad altro). Marianna Madia non ha mai fatto mistero della sua minuscola competenza politica e governativa. Anzi, lo confessò candidamente.
Poi, una decina di giorni fa, leggo su «L’Espresso» questa perla di Livia Turco: "Io faccio il tifo perché vedo capacità, determinazione, a partire dai ministri Federica Mogherini e Marianna Madia alle quali riconosco competenze innegabili." Innegabili? Mogherini? Quella che non vuole nessuno all’UE? E che per farla prendere, Renzi ha proposto come alternativa (o minaccia) D’Alema?
Madia? Quella che sta scrivendo il decreto sulla rivoluzione della Pubblica Amministrazione (tra l’altro, prima abolendo le prefetture e poi esaltandole)? Chi sta mentendo tra Turco e Madia?
Vabbe’. Passiamo ad altro.
L’ultima volta che sono stata dal mio parrucchiere (grande amico e psicologo naif di prim’ordine), mi è capitato di assistere alla seguente scenetta.
Ad una signora – la cui capigliatura era sotto alle forbici — squilla il cellulare. Lei risponde dicendo di trovarsi dal parrucchiere ed indicando le coordinate per identificare il locale. Dopo qualche minuto entra un po’ trafelata una ragazza. Tira fuori dalla borsa una busta e consegnandogliela si scusa dicendo che effettivamente è un po’ strano rincorrere le persone per consegnare l’invito ad un matrimonio (il suo), anche perché di questi tempi un invito ad un matrimonio è diventata cosa poco gradita, quasi da evitare. In altre, parole, lei, la sposa, confessa il suo dispiacere consegnando un invito nuziale.
Non usa un tono ironico ed ha l’aria di una seria consapevolezza rispetto alla sua affermazione sugli inviti. Tuttavia, ricevo l’impressione di come non avesse proprio potuto farne a meno di invitare l’amica. E se ne va.
La signora invitata non le ha fatto le solite cerimonie di quando si riceve un invito. Mi ricordo che le nostre costumanze autoctone (i protocolli sociali indigeni, cioè) prevedono una danza di complimenti reciproci, un carosello di onoranze vicendevoli estese alle rispettive famiglie, specialmente se l’invito fosse consegnato a mano, recandosi addirittura presso l’abitazione dell’invitato.
Invece niente. Un gentile saluto, ma niente feste. Quasi una tegolata in testa.
Questa è la prova che anche gli invitati soffrono. Certo, a un matrimonio ci si può divertire, ma c’è ansia pure a fare gli invitati. A volte c’è rabbia, a volte fastidio. Una cerimonia è un impegno, innanzitutto economico, per via del regalo, dell’abbigliamento e della perdita di una giornata intera, quando le cerimonie durano tanto. Spesso succede che in un anno siamo invitati a diversi matrimoni, il che rende giustificabile il sacramentare. Almeno un po’. Oppure, ci sfoghiamo con il clacson nel carosello delle auto al seguito degli sposi, facendo il massimo casino possibile. Al Sud è un’usanza diffusa. Mi chiedo sempre il perché di questo maldestro modo di gioire. Specialmente perché non abbiamo vinto i Mondiali.
Se siamo obbligati ad andarci con l’intera famiglia, le spese si moltiplicano, se si hanno bambini che possono (o devono) fare i paggetti e le damigelle (sempre più i paggetti e le damigelle porta-fedi sono proprio i figli della coppia) allora è un vero stress vestirli, mantenerli calmi senza farli scarmigliare prima dell’entrata in chiesa e far fare loro le mosse richieste dal copione cerimoniale. Se la cerimonia è d’inverno - scelta molto chic che sta prendendo piede - il costo dell’abbigliamento s’impenna.
Ero a un pranzo in campagna tra amici a ridosso dell’estate, tempo fa: l’estate è periodo ricco di cerimonie nuziali. I miei commensali si chiedevano l’un l’altro a quanti matrimoni toccava loro partecipare. Quello che aveva ricevuto solo due inviti si riteneva il più fortunato. Altri, facevano il pari e dispari per scegliere, dato che per partecipare a tutti gli eventi se ne sarebbe andato lo stipendio di un mese. Ho capito che essere invitati a un matrimonio non è cosa gradita e gli amici che ne parlavano con me sembravano davvero afflitti.
A me i matrimoni piacciono un sacco. Sono vere e proprie enciclopedie di antropologia. Si comprendono le leggi della sociometria e della comunicazione non- e para-verbale. Sono spettacoli allegorici densi di semiotica. In due parole: sono fantastici. Mi piace andare ai matrimoni perché imparo molto. L’unico difetto è che effettivamente costano per gli invitati. Sull’argomento ho scritto diversi capitoli del mio ultimo libro. Ma per voi di Orticaland ho estrapolato un’altra chicca scritta in un misto calabro-italiota.
E con questo siparietto che state per leggere, vi saluto. Alla prossima.
“Quantu ci mintimu ‘nta busta ru matrimonio? Cifra minima di partenza: cento euro a testa moltiplicato per il numero di partecipanti. Eventuale comparato (testimone di nozze) aggiungere almeno cinquanta euro. Se il ristorante è lussuoso aumentare, se scarso detrarre. La cifra varia in base al grado di amicizia e rispetto nel tempo. Variabili da considerare in estemporanea: Quantu ‘nci misiru ‘nta busta iddi a me frati? ‘Nci stanno pasti sicchi e cunfetti supra e tavuli? Varie ed eventuali: umore, mali ri peri, vistitu, sordi a disposizzione, invitati, u postu ‘nta sala, quanta benzina si cunsuma mi si riva a sala...”.
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