Ci eravamo lasciati nell’ultima puntata della sag(r)a della felicità dedicata agli adolescenti ed ai loro tormenti con la promessa (forse per qualcuno è una minaccia) di una puntata sulla felicità giovanile attraverso i social.
Poiché è proprio di questi giorni la notiziona che fèisbuk ci manipola l’umore, questo nuovo articolo di "Hashtag Felicità"© cade a fagiuolo (sì, il detto dice proprio ‘fagiuolo’). Prima di addentrarci nella nuova, strana, tuttavia reale, alchimia tra umore, ricerca di felicità, costruzione d’immagine e i social — fèisbuk in primis — occorre introdurre una particolarità digitale che ha molto a che fare con i giovani: i cortili virtuali.
Uno studioso della felicità, Jonathan Haidt, ha scoperto che i giovani sono più infelici delle generazioni mature o anziane (nonostante dolori, acciacchi e problemi vari), perché i primi hanno meno ricordi e le loro prospettive si fermano alla poca esperienza finora vissuta. Purtroppo, i ragazzi di oggi sono letteralmente ’pattugliati’ dai genitori e spazi per fare esperienze e commettere errori non ce ne sono più. Se spazi fisici non ce ne sono più abbastanza, tra l’altro sicuri, gli spazi virtuali abbondano. Diventa fondamentale lasciare che i ragazzi sbattano il muso da qualche parte per imparare a vivere, perché — va da se — gli errori e i dolori insegnano più delle cose che filano lisce.
Lo stesso Siddharta Gautama imparò dal dolore, non certo durante gli anni vissuti protetto a corte, dal padre. Cambiano i tempi, cambiano luoghi e modi, ora l’esperienza più importante è difendersi e trattare con un mondo più poliedrico e ’trappoloso’ di quello reale. Diventa indispensabile imparare a navigare nei grandi mari del web.
Niente di apocalittico, d’altronde, negli Anni ’30 i genitori si preoccupavano degli effetti euforici che la radio avrebbe avuto sui giovani, negli Anni ’80 il problema era l’isolamento da walkman. Ora siamo tutti collegati (forse fin troppo) e tutti giù a dire che è pericoloso. Tranquilli Amici, tra qualche decennio avremo nuove paure.
I social diventano importanti anche perché – psicologicamente parlando — contribuiscono alla formazione del Se.
Ovvio che si può crescere anche senza social, ma dal momento che sono strumenti ineludibili, è meglio averci a che fare presto, così ci si scafa subito. (Traduco: ci si vaccina efficacemente quanto prima.)
Accanto ai soliti rischi dovuti a sovraesposizione e/o ingenuità (che in alcuni casi — non nella generalità — conducono ad esiti tragici, come racconta «Time» di questa settimana relativamente alla pericolositá del sito Ask.fm), c’è un rischio più subdolo, meno pericoloso nel breve termine, tuttavia oltremodo dannoso per il metodo permanente di costruzione del giudizio da adulti: la sovrabbondanza di pluralismo.
Se n’è parlato nella rubrica filosofica del «NYT» lo scorso aprile , "The Stone". La teoria è che troppi input, troppe notizie, la facilissima possibilità di dire tutto su ogni cosa e di diventare critici-in-libera-uscita conducano all’impossibilità di formarsi un’opinione, perché scegliere diventa impraticabile.
La political correctness impone la dignità di esistenza a qualsivoglia opinione, anche la più balorda tipo quella dell’Onorevole pentastellato che ha trovato la spiega degli omicidi del mese scorso (da leggereassolutamente!) . In situazioni come quella descritta (e ce ne sono tante, un florilegio anche qui) come si fa a formarsi una coscienza critica e selettiva? Se le generazioni mature hanno qualche anticorpo, i giovanissimi non ne hanno a sufficienza per difendersi dagli attacchi e dal pluralismo della banalità. È sparita la nobile funzione del digesto, ovvero la selezione (fatta con criteri culturali, sociologici e cognitivi) tra cretinate e cose importanti e valide.
Mutatis mutandis, è la stessa cosa successa nell’editoria: niente selezione, si pubblica tutto, anche le schifezze, e il lettore non capisce più se sta leggendo una cosa valida o una cosa scema. E poi ci lamentiamo che nessuno compra libri.
A furia di essere esposti a tutto il bombardamento indistinto, senza bussole culturali (soprattutto culturali) il rischio è quello di rimanerci da ebeti ed ingollare qualsiasi cosa. Una cosa è la differenza, altra è la qualità del giudizio. Anyway.
Zygmunt Bauman dice che internet non è né può essere una “comunità residenziale protetta”, il mondo online non è una zona esente da conflitti, siamo noi che ci illudiamo che sia la culla della nuova democrazia, lo strumento per una grande e perdurante democrazia (mi è sembrata una stoccatina a Manuel Castells. Indagherò). Dice anche che il tasto ’cancella’ non cancella veramente le cose spiacevoli e sbagliate di cui, invece, sembra più pieno il mondo reale. Occhèi, Bauman parla bene, lievemente apocalittico (ma forse è l’età), ma dice giusto: internet non è a ph neutro (anche se lo sembra, visto che i contenuti si annullano, ovvero si bilanciano o si smentiscono vicendevolmente).
Specialmente dopo quello che è venuto fuori a proposito dell’esperimento degli ingegneri di Facebook. Per una settimana del 2012 hanno sottoposto circa 700mila iscritti a due diverse tipologie di esposizione ai post. Metà internauti hanno letto cose positive e conseguentemente hanno postato/commentato frasi positive. I rimanenti sono stati bombardati da post negativi ed hanno postato/commentato con frasi di segno negativo. Il processo psicologico è più che naturale: le emozioni sono contagiose. Quello che irrita è avere finalmente la prova – con tanto di report scientifico – della manipolazione degli umori e delle tendenze di reazione. Come se non fossimo sottoposti da decenni al bombardamento televisivo di infima qualità tanto che i programmi di alta òdiens sono i reality, i pacchi, gli affari di tutti, le urla e le ficsciòn recitate da cani.
Non si può gridare allo scandalo, perché prima dei cervelloni di Menlo Park tutti quelli che hanno potuto farlo — tivvù, giornali, genitori, politici, chiese, regimi, marketing — hanno ampiamente sfruttato ciò che altrimenti si chiama ‘propaganda’, ‘bombardamento mediatico’, ‘selezione delle notizie’, ‘censura’, ‘deviazione’, ‘occultamento’, ‘edulcorazione’, ‘sparizione dei fatti’, ‘metodo Iraq’ (creazione totale di notizie false e tendenziose). Diventa scandaloso perché ne fa uso Facebook, social che ha una presa ed una diffusione endemica: più di un miliardo di iscritti.
I giornali raccontano la vicenda come una sorta di prova provata che le emozioni social sono contagiose quanto le emozioni vere nel mondo reale. Diciamo che alla fine ci dobbiamo scandalizzare enormemente solo del fatto che siamo psicologicamente più deboli di quanto non immaginiamo.
I metodi di Zuckerberg&Co sono sotto accusa. Gli apocalittici ci stanno inzuppando il pane, come si dice ad Oxford. Cosa si fa in questi casi?
Il mio modestissimo consiglio è sempre quello di utilizzare lo strumento dell’ironia e napoletanamente diffidare ridendo di tutto e tutti.
Tuttavia, poiché gli Americani si prendono troppo sul serio, ho scovato anche chi parla bene di questo pericoloso esperimento, anche perché molti abitanti della Terra – ritrovandosi cavie di massa e non prendendola per nulla bene – stanno decidendo di ‘scancellarsi’ da Facebook.
Sempre sul «NYT», dunque, un bel tipetto dalla faccia di nerd ci invita ad essere contenti di questo esperimento perché abbiamo capito che c’è del pericolo. Anzi, gli apocalittici, ora, hanno finalmente un’arma reale da puntare contro i social e non solamente supposizioni e foje.
Insomma, la storia ci ha aperto gli occhi. Tuttavia, continuando a leggere, si capisce pure che finora abbiamo avuto del prosciutto a fette spesse sugli occhi, considerato che gli algoritmi di Amazon, Google, Netflix (e chissà quanti altri ancora) fanno più o meno la stessa cosa dell’esperimento di Facebook: condizionano. La differenza è che questa volta – ripeto – le cavie sono tantissime e che i risultati depongono per la possibilità di condizionare virtualmente tutto il mondo. Siamo stati quindi allertati. Finisco qui perché ho abusato della vostra pazienza del sabato.
(Prima di ’scancellarvi’ da fèisbuk, vi consiglio di aspettare i prossimi articoli su come immunizzarsi attraverso l’ironia. Stay tuned. Cià.)
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