No, dico, fermiamoci un attimo e discutiamone. Altrimenti passa in cavalleria e consolidiamo la nostra abitudine al peggio. Punto primo, non si augura la morte a nessuno. Punto secondo, è mai possibile che sui social ci deve andare tutto, ma proprio tutto? C’è un momento in cui riusciamo a vedere la luce arancio (o rossa) dell’inopportunità di sversare in rete orrori?
Mi riferisco all’uscita infelicissima di Debora Billi, responsabile web del M5S. I pentastellari non ne perdono una, di occasione, per tenere i polpastrelli lontani da qualche tastiera.
Magari, la Signora Billi ed i suoi colleghi di partito sono anche intimamente convinti dello sbaglio di Atropo, ma – diamine! – tenetevelo per voi. Non è roba da dare in pasto al mare magnum del web. E pensare che la Signora Billi ne è pure responsabile per il Movimento. Sì, sì, ho anche letto che si è scusata, affermando testualmente “Le battute infelici scappano”. Succede sempre così.
“Voce dal sen fuggita
Poi richiamar non vale;
Non si trattien lo strale
Quando dall’arco uscì”, poetava Metastasio (foto in alto). Ci si può scusare, ma non si può cancellare (o modificare) un’indole avventata.
Sui social è molto facile, molto più facile, sbagliare a parlare.
Nonostante noi tutti sappiamo che il pubblico che ci legge sia vastissimo, siamo soli, noi e l’i-coso su cui digitiamo qualcosa, come uno sfogo che non leggerà nessuno. Invece, lo leggono tantissimi. Ovvio che qualcuno approvi (ci sono sempre quelli che approvano anche le cretinaggini), molti invece rimangono male.
Tutti gli autori di esternazioni di ogni tipo sul web sono soggetti a critiche e mortificazioni da parte del popolo di internet. Ne ha discusso molto ampiamente su «The New Yorker», Mark O’Connell, in occasione della ben più famosa vicenda di una manager statunitense – Justine Sacco – la quale, recandosi in Sud Africa twittò di sperare di non prendere l’AIDS e che comunque tale evento sarebbe stato pressoché impossibile visto che era di razza bianca. All’atterraggio a Città del Capo le arrivò qual saetta il licenziamento da parte della società per la quale lavorava, oltre alla condanna dell’opinione pubblica mondiale.
(Mo’, non è che qui si vuole le dimissioni della Signora Billi. Per carità. Il suo Movimento non la licenzierà, anche perché ha comunque detto qualcosa di eclatante e la spettacolarità è una delle cifre del M5S.)
Vediamo un po’. Vorrei capire perché mai ci si mette nei guai così banalmente. Tutti noi abbiamo avuto nella nostra vita qualche problema per non aver tenuto la lingua a freno. Ma la lingua è veloce, più veloce dei polpastrelli su di una tastiera o uno schermo. La lingua ci frega spesso, ma mettersi a digitare implica che qualche momento in più per riflettere ce l’abbiamo di sicuro. Eppure, si continuano a scrivere castronerie e offese sui social. Qualcuno si scusa, qualcuno vorrebbe cancellare. Qualcuno persevera a castronare.
Qualcuno si scusa, qualcuno vorrebbe cancellare. Qualcuno persevera a castronare
Wittgenstein diceva che di ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Non è una tautologia, anche se a prima vista lo sembra. Significa semplicemente che conoscere il rispetto, la creanza e l’opportunità impedisce ai cattivi pensieri di essere esternati, ricordati e ripetuti. O twittati. Semplicemente, spariscono. Conosco persone che perderebbero un amico pur di non tacere la cattiveria o la battutaccia che è venuta loro in mente. Ma il fatto che sia apparsa al loro intuito, non depone minimamente per la validità o l’appropriatezza del pensiero. Spesso, il primo pensiero è anche il peggiore e la spontaneità non è sempre un valore. Molti la scambiano per sincerità. Succede spessissimo tra alcuni giovani rappresentanti politici, ultimamente. Hanno poca esperienza che deflagra a contatto con il web.
Continuando a riflettere sull’episodio, c’è anche da analizzare la questione della sovraesposizione, nel senso che ormai tutto viene riversato da qualche parte sul web. Si raccontano più cose di se stessi sui social che ai propri famigliari. Mi chiedo se c’è ancora qualcosa da dirsi off-line. Se lo è chiesto anche Soraya Roberts su «Time» del 13/12/2013. L’autrice (scrittrice ed editorialista per molte testate nord-americane) ha concluso che tutto quello che siamo e che compone il nostro bagaglio cognitivo è ormai tutto online da qualche parte del web. Alcuni scienziati ci hanno anche svelato che coloro i quali taggano, condividono e apprezzano (attraverso i ‘like’) di più sono persone molto sole ed infelici. Più si pubblica, più aumenta la possibilità di scrivere qualche castroneria di cui ci si pente a posteriori. Diceva Henry Ford che tutto ciò che non c’e non si rompe. È pur vero che talvolta si può cancellare e/o modificare il nostro scriptum, tuttavia le tracce restano. È altrettanto vero, d’altro canto, che ci sono persone che non si pentono per niente.
Nella quantità di cose che si pubblicano, scappa di sicuro qualche castroneria di cui ci si pente a posteriori
Tanto per confermare la circostanza, una delle richieste di diritto all’oblio inviata a Google ha avuto come effetto il rivangare la biografia del tizio (un banchiere) che voleva essere dimenticato, in un boomerang mediatico digitale che ha fatto il periplo del nostro pianeta.
La stessa cosa succederà con il tweet e le successive scuse della pentastellare, seppur la questione abbia confini e semantica patri.
Un altro studio sempre pubblicato sul «Time» (16/6/2014) ci ha rivelato che i compulsivi (con tutte le conseguenze d’inavvedutezza e frettolosità di esternazione) hanno qualche istanza di appartenenza irrisolta. Cercano – attraverso la narrazione continua di se stessi – di costruirsi un’immagine da proiettare all’esterno, come pure nella quale riconoscersi e magari compiacersi, non avendo ben chiare le proprie coordinate ed i propri limiti nel vero mondo sociale. C’è da dire che molti politici esondano e che il dubbio che non sia solo marketing elettoral-politico è più che legittimo.
Sparare frasi ad effetto sui social non è corroborare una personalità positiva in costruzione, perché le vere virtù – specialmente sul web – sono la moderazione e la riflessione. Sono capacità e non sono doti, perché s’imparano con l’abitudine al rispetto.
Tuttavia, voglio pensare che la Signora Billi non abbia avuto la prontezza di ricordare – se non Metastasio – almeno il Brunetto Latini (foto in basso) del Tesoretto:
“Ché non retorna mai
La parola ch’è detta,
Sì come la saetta.”
I classici avevano previsto Twitter e le sue conseguenze, ma noi abbiamo memoria lenta e pollici turbo.
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