Il primo che mi viene a dire che il contesto non incide sulla felicità, me lo mangio a mozzichi.
Il contesto fa moltissimo per la felicità. Infatti, uno dei popoli più felici è quello Danese. Sì, ma che c’entra? La Danimarca è in cima alle classifiche per vivibilità. Oddio, lo è anche per prelievo fiscale, ma — santapolenta — lì i servizi funzionano ed i cittadini si sentono sicuri, protetti e pure curati e le tasse le pagano perfino volentieri.
Anche in Svezia e in Norvegia il contesto di felicità e di tassazione (nel combinato disposto) è pressoché uguale a quello danese. Non per nulla i tre Stati sono ricompresi nella storica Scandinavia, da sempre considerata un'area vasta di benessere, civismo, e via discorrendo.
Per godere (insomma) di tempo meteorologico migliore (si fa per dire), scendiamo sì di latitudine (per giungere in Italia), ma peggioriamo in tassazione. Magari, in valore assoluto il prelievo fiscale in area mediterranea non sarà uguale ai livelli scandinavi, ma in rapporto alla qualità è assolutamente esagerato.
Mettiamoci pure che con questa bizza di rifiutare il pre-dissesto, anche l’aumento previsto delle tasse comunali avellinesi avrà una ricaduta minore in termini di vantaggi economici per l’amministrazione e per la collettività ed ecco che le teste da afferrare a mozzichi aumentano.
Chi ha detto che la TASI non sarebbe mai stata maggiore delle vecchie IMU e TARSU ovviamente mentiva sapendo di mentire, avendo — come al solito i politici e gli amministratori — una gran faccia di corno. Quando fu introdotta la TASI, il Governo mica si sognò di impedire ai Comuni di alzare le aliquote! Figurarsi. Se da un lato tagliava le rimesse agli enti locali, da qualche parte i Comuni dovevano spremere. Eccoci, dunque, a noi, ultimi della filiera, fondo già ben raschiato del barile.
Entro il 16 di ottobre ci tocca pagare la TASI il cui ammontare complessivo (con gli aumenti deliberati) sarà una batosta per noi cittadini avellinesi. Specialmente per quelli con reddito medio-basso, gli stessi che hanno avuto gli 80 euro, con i quali non sappiamo più che falla tappare prima. C’è da dire che circa metà dei Comuni italiani ha pensato benissimo di raddoppiare le aliquote superando financo il 2,5 per mille (il livello massimo).
Sì, ci sono anche io nel gruppo degli ’ottantini’. Sono tra quella gente cui le tasse sono detratte alla fonte; che ha un ISEE inferiore a 15mila euro; che ha il contratto bloccato da anni; che ha perso dall’inizio della crisi economica più di 6mila euro tra mancati aumenti/perequazioni/recupero-del-potere-d’acquisto; che non può fare sciopero perché costa; che vive in famiglia monoreddito; che non può permettersi di pagare ogni giorno il parcheggio dell’auto davanti al luogo del lavoro (ed il Comune non agevola); che ha tagliato vacanze, spese alimentari, spese culturali; che compra a saldi; che non trova un lavoro migliore; i cui figli non trovano assolutamente lavoro; che ha genitori invalidi e bisognosi di cure; che per fare una risonanza in struttura pubblica deve aspettare minimo tre mesi; che... tutto ma anche l’aumento delle imposte comunali no, proprio no.
Servissero almeno a qualcosa, invece c’è un buco enorme al Comune e non si capisce neanche se ’loro’, gli amministratori, hanno ben compreso che a) stiamo nei guai; b) che è vietato prenderci in giro.
Io sono tra quella gente che non vuole essere presa in giro. Voglio ricordare ancora una volta la faccenda degli estimi catastali invertiti, secondo i quali un’abitazione A3 ad Avellino paga più di una in A2. Al danno perdurante (sono più di vent’anni) si aggiunge anche la beffa di vedersi (per effetto TASI) aumentato l’ammontare di un balzello ingiusto, anzi illegale. E gli abitanti delle case in classe A3 non sono mica quelli che navigano nell’oro.
Ma almeno la soddisfazione di accettare la gogna del pre-dissesto! Fatelo per noi che siamo succubi, ammettete che siamo alla frutta, che non siete stati capaci, che le situazioni vi sono sfuggite di mano.
Aumentate la TASI, sì, ma l’attimo dopo vi dimettete, però.
Non bastò a nessuno la grande lezione di stile di un certo Bruno Trentin (io l’ho conosciuto e quando mi presentai per chiedergli di stringergli la mano mi tremava la voce), il quale accettò il blocco della scala mobile per salvare le finanze del Paese, in ginocchio per una gravissima inflazione, ma l’attimo dopo rimise il mandato rassegnando le dimissioni. Sapeva di aver fatto una cosa necessaria per la collettività nazionale, ma ingiusta per i cittadini e nel tormento di una dicotomia etica insanabile, lasciò. Disse (più o meno): "Non sono stato all’altezza".
No, noi, ad Avellino, non abbiamo nessun Bruno Trentin.
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