Ma chi gliele scrive, a Sibilia, le twittate?
Data la gravità della sua battuta sul social (sulla vicenda del divieto a due stra-mafiosi di seguire l’audizione del Capo dello Stato in video conferenza), non possiamo non malignare che forse tutta farina del suo sacco non è.
Il nostro onorevole pentastellare non è nuovo a boutade, imprecisioni e defaillances culturali, tuttavia questa nuova uscita è più una pensata che una leggerezza.
Ha scritto il 9 ottobre su Twitter: «Perchè secondo voi impediscono agli scagnozzi #Riina e #Bagarella di "vedere" il boss? #trattativastatomafia — carlo sibilia (@carlosibilia) 9 Ottobre 2014».
Non entro nel merito. Ci penseranno i giudici e manco mi va di seguire Sabrina Guzzanti nel suo ragionamento, secondo il quale ognuno ha diritto di giudicare con gli elementi di cui viene a conoscenza, senza aspettare le sentenze: bisogna «prendersi la responsabilità di giudicare e di trarre le conclusioni da quello che possiamo sapere», ha detto.
Più di qualcuno ha ironizzato sul fatto che il suo ultimo docu-film non sta andando bene e una cacciata esplosiva come questa potrebbe rilanciarlo. Vabbe’, ritorniamo a Sibilia.
Dicevamo che Sibilia ha la bocca come la rana della favola: troppo larga. Per questa sua caratteristica sociale è l’uomo di punta del M5S per suscitare casini. Dimentico di essere un onorevole di questa Repubblica, ha forzato il significato delle sue prerogative e i suoi privilegi, perché il suo ultimo tweet sembra un atto di vilipendio.
Tuttavia, un social – nonostante l’ampiezza – è una comfort zone di quasi impunibilità, perché lì tutti possono essere intelligentissimi o oltremodo idioti, ma la differenza non viene percepita subito e/o da tutti.
Che i personaggi dell’intera vicenda possano o non possano risultare variamente e/o alternativamente simpatici, credibili, innocenti, discriminati (per la Guzzanti, Riina e Bagarella lo sarebbero), non c’importa molto, anche perché — come è ben noto — certe verità italiche vengono fuori dopo decenni e non certo per sentenza. Il guaio è che in attesa della verità vera, c’è tutta una confusione di giudizi utile solo ad accrescere la nostra apatia, che il nostro buon Sibilia tenta pervicacemente di smuovere.
Tuttavia, gli Italiani reagiscono all’estemporaneità dell’infelice frase di Sibilia con altrettanta estemporaneità sui social. E poi, nulla più. Anche gli estremismi hanno vita breve, come le indignazioni. Parimenti, talk show di approfondimento politico, una volta campioni di share ("Servizio Pubblico", "Ballarò", "Porta a porta") — superati in ascolti(sempre più esigui) anche dell’ennesima replica de "Il mio nome è nessuno" — cedono per la decisa svolta italiana verso la leggerezza e il disimpegno.
Anche perché come capo del Governo c’è uno che pensa per noi, pensa a noi, si agita per noi. Magari non abbiamo ben capito perché lo faccia (di Berlusconi sapevano, ma di questo?), ma intanto — e finché si agita, nei mille giorni che ha chiesto — possiamo dedicarci sine cura al delitto Gambirasio, alle fìkscion, ai game show.
Il piccolo prurito indignato - qual dermatite passeggera - passa con un commento su fèisbuk, una ritweettata (pro o contro Sabina Guizzanti, pro o contro Carlo Sibilia, pro o contro i giudici che hanno deciso l’esclusione dall’udienza) che non è coraggio, ma imitazione. Ecco la rivelazione: il web ci ha dato la libertà di imitazione (cit. Dubranka Ugrešić, in "Cultura karaoke").
Essere sulla Grand Place dei social non ha allargato i confini della democrazia, bensì solo i confini della leggerezza e la libertà è solo quella di dire, anzi (sempre più spesso) di ripetere qualcosa, a volte anche a prescindere, frequentemente a sproposito, altrettanto frequentemente senza vera cognizione, né educazione. Si perpetua il dilettantismo (analfabetismo e ignoranza) in nome del diritto alla voce. Tutto per agguantare i quindici mega di palcoscenico che ci spettano (parafrasando Warhol) quali cittadini del web.
Se poi a dare spettacolo è un onorevole della Repubblica, i quindici mega si moltiplicano.
L’Italia ha conosciuto Carlo Sibilia e l’ha accolto nella funzionalità del tessuto sociale. Non rabbrividiamo più alle sue intemerate, né più ci scandalizziamo. Passano in cavalleria.
Avanti con il prossimo tweet.