(L'articolo originale venne pubblicato su Ottopagine l'undici gennaio 2010.)
Altavilla, per esempio, è stato il primo Comune irpino ad avere una linea di trasporto collettivo (tratta per e dal capoluogo) gestito dai privati da un’idea di Diamante Bartolini il quale riadattò un pullman militare della II Guerra, alla fine degli anni ’40.
In basso, sulla piana, è situato il PIP, ancora da completare. C’è un’azienda esistente, piuttosto grande, ed una di prossima apertura. Confinante è anche il PIP di Arpaise, che è un Comune della provincia di Benevento a circa 12 km, ma poiché la strada a scorrimento veloce che verrà realizzata, passerà per di qua, è stata fatta la più funzionale scelta di spostare l’area delle attività produttive accanto alle arterie di trasporto.
Risaliamo lentamente il Corso per l’appuntamento con il vulcanico Sindaco Villani.
Il Corso è largo, ordinato e pieno di crocchi di persone. Le vecchie mangiatoie in pietra sono state trasformate in fioriere. Il Comune ha anche un teatro di circa 180 posti, dedicato ad un altro figlio di questo paese, il farmacista Sardone.
Davanti ai bar ci sono tavolini affollati di paesani e di anziani che giocano a carte, prendono caffè, chiacchierano. L’immagine è di serenità.
Le piccole cose inondate di sole, compresi i ricordi, hanno costruito questo tessuto sociale e, per non dimenticare, è stato istituito il Museo della Gente Senza Storia, dove sono conservati abiti e oggetti di uso comune di altri tempi, appartenute ai contadini ed ai minatori del luogo, proprio come un album fotografico virato seppia dal tempo, in onore alle tante piccole persone che sono state una volta e che nessuno ricorda più. Il monumento in onore ai caduti sul lavoro, per esempio, è piastrellato con tessere recanti il nome delle vittime delle miniere, per non dimenticarli, appunto.
Il dio delle piccole cose. Mi viene in mente la casetta di campagna di un mio carissimo amico di Altavilla, Carminuccio: una costruzione semplice e antica, tra pini ed abeti, che sembra la casetta delle fiabe dalla quale possono uscire i folletti, o Winnie-Pooh con il barattolo del miele. È allestita artigianalmente e, come un museo domestico, conserva tracce di cultura contadina: chiavi e chiavistelli antichi, attrezzi agricoli, pentole di terracotta, qualche bottiglia di vino, vecchie credenze scure. Effettivamente una riproduzione minuscola e privata del Museo della Gente Senza Storia. Fuori, tra piccoli anfratti cespugliosi, tra “aghi di pino e silenzio e funghi”, le parole degli amici volteggerebbero intorno ad un fiasco di vino alla Guccini, tanto per rimanere nell’ambito cantautorale. Corollario ambientale di una metafisica della tana, che tanto bene fa all’anima. Carminuccio, a modo suo, è un poeta con un fondo di malinconia dietro gli occhi.
La sede del municipio è antica. Vengo accolta dal Sindaco e da una rappresentanza della Giunta. Il Sindaco - al suo secondo mandato ed eletto con ampissima maggioranza - è persona pratica. Vive l’ansia di dare al paese tutte le condizioni di sviluppo prima di lasciare la funzione, anche attraverso la creazione di posti di lavoro. Per questo motivo fondamentale, ha curato molto il PIP per favorire l’insediamento di attività produttive. Infatti – mi dice - si è deciso di mantenere bassissimo il costo per metro quadro. Spera anche molto nella Strada a Scorrimento veloce che passerà per Altavilla.
Intanto, tra l’elenco delle “mille” cose realizzate (di cui esiste anche una dettagliatissima brochure), si sofferma a commentare come sia complicato inventarsi lo sviluppo quando le circostanze economiche e politiche aggravano temporalmente l’iter autorizzatorio o l’erogazione di fondi e sostegni per imprese private e/o iniziative pubbliche.
La “filiera corta” delle politiche e del processo amministrativo locale – pure piena di potenzialità sin dalla Legge 142/90 – viene interrotta dalla cronica povertà di risorse nel meridione. Un Sindaco deve letteralmente inventarsi metodi e sistemi. Ottimizzare l’esistente, massimizzare gli effetti di ogni singolo intervento.
Mi cita alcuni esempi: la riconversione dei 128 pali dell’illuminazione a pannelli solari, che non erano mai entrati in funzione lungo le strade; la progettazione per l’installazione di circa 1000 mq di pannelli fotovoltaici sugli edifici comunali per utilizzare in house l’energia prodotta e non per venderla; la realizzazione del “fognadotto”, ovverosia di un unico tracciato lungo le strade, in cui sono posizionate in batteria sia la condotta idrica che quella fognaria (buon esempio di riduzione del “danno escavatorio multiplo”). Mi colpisce, per esempio, la scelta di realizzare la conduttura metanifera secondo uno schema radiale e non sequenziale, cioè di avere nodi centrali da cui partono le sezioni delle tubature e non un circuito che gira intorno al paese da incrementare man mano che arrivano i finanziamenti.
Sviluppo è anche riscolpire il tracciato delle mulattiere e delle interpoderali che attraversano i tre colli su cui giace il territorio, allargandone nel contempo la carreggiata ed urbanizzando ben 250 proprietà.
Gli chiedo quale possa essere la direzione per uno sviluppo probabile – perché quello sostenibile, alle nostre latitudini, potrebbe essere nullo! – e mi risponde sicuro: “Turismo ed agricoltura”. In merito al primo punto, si rammarica, corrugandosi con asprezza, della impossibilità di usufruire del Palazzo baronale per veti che si rincorrono tra le istituzioni e mi chiede di evidenziarlo perchè è un vero peccato per la comunità altavillese.
Il territorio agricolo è pieno di vigneti, la zona è DOCG per il Greco, come è noto. Ma è complicatissimo creare un consorzio, una cooperativa o un movimento associazionistico per valorizzare il marchio locale, fatto anche di ospitalità, cultura e storia. Sarebbe un’ulteriore possibilità turistica da assommare all’amenità di queste valli. C’è troppa competizione d’impresa di tipo individualistico e ciò annienta la cooperazione. Ovviamente, il problema è anche di natura culturale, quando non si comprende che avere un progetto comune e concertato avrebbe una maggiore ricaduta economica sul territorio, senza aspettarsi troppo dalle istituzioni locali sovraordinate, neanche una “rolla per le galline”, conclude ridendo.
Mi sommerge di dati e di elenchi invitandomi a confrontare la tabella di marcia del suo programma con la check list delle cose realizzate. Mi re-invita al Comune per assistere al rito dell’uccisione del maiale e racconta di quando il maiale era una voce del patrimonio e tanto tempo fa si usava suonare lungo le strade del paese per nascondere le strida di questi animali al macello onde evitare la gabella sulla ricchezza posseduta.
Altavilla è questa, un mosaico tra ricordi e storia che convivono con la faticosa attualità di un sud che non ammette di rassegnarsi, nelle dolci valli a nord est appena fuori Avellino.
