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Conza

(L'originale venne pubblicato il 22 giugno 2009 su Ottopagine.)

Conza o “della ricerca del senso”. La luce dorata di un pomeriggio di fine maggio manda promesse. Arrivo a Conza dalla parte di Calitri. Osservo alcuni falchetti che volano in questo cielo davvero azzurro. Il paesaggio indugia su caratteristiche pugliesi: ampi e dolci avvallamenti coltivati a grano. Un gran bel mare verde chiaro che fra poco diventerà biondo. Ciò mi fa vibrare le corde della nostalgia.

Arrivo a Conza nuova. Sembra un campus universitario, americano, moderno. Comprendo tutto l’impegno urbanistico messo per ricostruire – dopo l’ennesimo terremoto – questo antichissimo insediamento degli Hirpini. È tutto nuovo il paese, ricostruito a valle a cinque kilometri dall’altura che raccoglieva l’abitato pre-sisma.

Il terremoto del 1980 ha completamente distrutto Conza (di cui rimangono le rovine ed un plastico a futura memoria). Mi ricorda la storia di Coventry, si parva licet, quella cittadina inglese ricostruita dopo i bombardamenti della Seconda Grande Guerra. Mi ricordo che i libri di storia hanno sempre riportato le scuse del Governo inglese per averla ricostruita senza troppa memoria, ma, d’altro canto, non era rimasto più nulla della vecchia Coventry, tranne un paio di muri della vecchia cattedrale. Come a Conza, appunto.

Salgo verso i ruderi del vecchio paese, ora tutti racchiusi nel Parco Archeologico di Compsa. La storia di Conza è scritta dall’avvicendarsi dei numerosi terremoti, dal crollo delle abitazioni e dalle successive ricostruzioni. Infatti, le due volenterose guide della Pro Loco (Valeria e Carmela del servizio civile) ci spiegano con dovizia di fatti e distribuzione di depliants come nei secoli addietro si è ricostruito dopo le tragedie con tutto il materiale di recupero possibile. Raccontano come gli scavi hanno riportato ben quattro stratificazioni storiche sotto il sagrato dell’antica Cattedrale. Le lastre calcaree, l’opus reticulatum, i mosaici, le iscrizioni. Qualcosa si vede ancora. Giovanni (Giaggià in amicizia), una bella persona di Lioni che ci accompagna e che ho conosciuto oggi, mi racconta che si ricordava di altri reperti che ora non vede più. Dice pure che a Conza il terreno è ‘malandrino’, per via delle vicende geologiche che l’hanno interessato. Mi piace questo aggettivo riferito alla tettonica.

C’è abbastanza degrado. Non dà l’impressione di un sito archeologico, bensì di un cimitero dei reperti. Giro con poca curiosità. Scatto alcune foto, anche di una tomba antica scavata sul sagrato della chiesa che non c’è più: scopro sgomenta che contiene ancora lo scheletro del defunto a cui apparteneva. Non requiescit in pace! Sta lì, così, a cielo aperto sotto una mezza lamiera anonima e precaria che non lo difende da nulla. Cerco il senso di tutto questo. L’attenzione per muovermi in questo Parco Archeologico tra lamiere, legname a perdere e ponteggi deteriorati non mi restituisce alcun senso né significato. Rifletto sulla missione delle ristrutturazioni operate per ricordare la planimetria complessiva del paese che fu, ovverosia il tracciato delle vie e la sequenza dei varchi delle abitazioni.

Dal punto più alto vedo Sant’Andrea di Conza e la Sella di Castelnuovo di Conza, già in provincia di Salerno, poi Pescopagano, nel potentino. Siamo in pieno cratere.

La seconda tappa è l’Oasi, gestita dai volontari del WWF. Quest’Oasi è la più importante del Mediterraneo, una sorta di Autogrill sulle rotte degli uccelli migratori, come ci dice la bravissima guida, una ragazza cosentina, strapiena di titoli scientifici – eppur disoccupata - che ci accompagna per ‘amore solo per amore’ della natura. Le devo un ringraziamento per la sua scienza e per l’opera gratuita che svolge ed anche le mie scuse per non averle chiesto il nome.

L’Oasi nasce sull’invaso artificiale formato dalla diga sull’Ofanto, alla cui costruzione partecipò anche Giovanni. L’acqua, trattenuta da questa diga, viene rilasciata in maniera ordinata e fruibile per gli scopi irrigui della Puglia. Me ne sono interessata e me ne interesso ancora a causa di tanti intrecci amministrativi, politici e gestionali attorno all’acqua intesa come merce. L’acqua, invece, è un bene pubblico, come la cultura, l’aria, la salute, il diritto ad una vita dignitosa. Questa diga è una grande opera che conosco molto bene per lavoro. Non vi racconterò, però, dei problemi legati all’esportazione delle acque irpine.

Oggi, il livello dell’invaso all’Oasi è di 25 metri. Il massimo è ventotto. Al muraglione della diga le tacche segnano trentotto metri, sul massimo di quaranta, ma questo limite non deve mai essere superato, per motivi di sicurezza. Questo inverno ha piovuto molto ed è la prima volta, in questi miei anni di lavoro, che vedo l’invaso così pieno.

Da lontano riconosco Cairano sul suo sperone. Faccio il giro di prammatica dei sentieri dell’Oasi: i tabelloni, il bird watching estemporaneo, la tassonomia delle specie. Mi colpisce l’etologia dello Svasso maggiore: una specie di anatra. La guida ci dice che si comporta in maniera ‘moderna’: i comportamenti tra maschi e femmine sono perfettamente paritari, si scambiano cibo e cure, assistono assieme la prole e assieme costruiscono il nido. Li definisce romantici per via di una danza nuziale che compiono simmetricamente. Accidenti che grande esempio. Io non ho ancora trovato uno che si comporti come uno Svasso maggiore tra i maschi degli umani, seppur moderni.

L’Oasi è ben gestita. I volontari sono preparati e c’è molto materiale. Mi sono innamorata di un poster cartonato - appeso all’accoglienza e non in vendita - di un falco pescatore colto nell’attimo dell’avvistamento della preda. Bellissimo, il falco, con le zampe uncinate al palo prima di spiccare il balzo e le punte delle ali in giù per fendere verso il basso l’aria. Si staglia nel blu del cielo di Conza.

Vedo un gabbiano ed una cicogna. Qui ho trovato senso. Anche nelle piante di lavanda, timo, origano e rosmarino che i ragazzi coltivano nelle specie autoctone per preservarle. Anch’io ho una sottospecie di orticello sui terrazzi mignon di casa e ne sono orgogliosa. Il famoso psicologo Martin Seligman ha scoperto che la felicità è semplicemente quando hai trovato un senso (o significato) a ciò che fai. Uno qualunque, che vada bene a te. Ovviamente, compatibile nella pratica con i significati di ogni altro essere vivente.

Tornerò all’Oasi, uno di questi giorni ed assieme alla Nikon porterò un bel panino e frittata con la menta del mio terrazzino di casa. Grazie a Seligman.

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Tag(s) : #reportage in Irpinia
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