(L'originale venne pubblicato il 29 giugno 2009 su Ottopagine.)
Oggi sono arrivata a Fontanarosa percorrendo le stradine interne che scorrono tra i campi, sorta di tratturi asfaltati. Sarà pure stato più impegnativo (carreggiata stretta e curve), ma è stato bello: i campi ordinati, i filari di viti, gli ulivi, la dolcezza delle collinette. Un acquarello incantevole. Pure l’odore intenso di un campo di agli aveva la sua poesia. Per la verità, prima di capire che era una coltivazione, ho immaginato una cucina di campagna in cui si stava soffriggendo a regola d’arte qualcosa di buono.
Ad un certo punto del percorso, voltandomi con lo sguardo a sinistra ho identificato Montemiletto alla fine di un ideale filo d’aria fissato alla stessa altitudine e mi sono ricordata di ogni volta che da Montemiletto guardo verso est, trovando Fontanarosa, Sant’Angelo all’Esca, fino a Nusco. Luogosano no, si nasconde.
Non avendo io un punto stabile di riferimento geografico-affettivo (non ho problemi a confessare che investirei molto in una cittadinanza scandinava!), mi piace vivere i miei spostamenti da turista assoluta, anche quando sono in giro per lavoro.
Ma oggi sono a zonzo per l’Irpinia per amore. Mi pento di non aver preso la fotocamera. I paesaggi che s’incontrano percorrendo queste stradette interne sono davvero consolanti, nonostante qualche potente pugno nell’occhio di talune costruzioni post-sismiche.
Attraverso spesso questo paese quando da Luogosano voglio arrivare a Grottaminarda, o anche sui paesi che si servono dell’Otica (ma a questa strada dedicheremo altre puntate). Fontanarosa, la incontro sempre a pezzetti. Oggi, per esempio, l’ho attraversata nella parte vecchia e mi sono innamorata di questa scena: in una delle case d’angolo di un quadrivio di viuzze a saliscendi, ho visto un gattone bianco che con sicurezza e tranquillità passeggiava sulle ringhiere di un terrazzino stretto. Con la scenografia di lenzuola stese, i gerani rosa pallido, il sole appena appena velato e le ragazze affacciate a guardare il tempo che passava, l’ho trovata davvero struggente. Uno scorcio di chiaro sapore mediterraneo, per colori, luce e architettura. Ho provato quella sensazione che in Brasile chiamerebbero saudade, ovvero la felicità di voler lambire la tristezza. Senza, però, l’ombra di quella decadenza che si allunga inesorabile sui nostri paesi.
E o futuro è uma astronave que tentemos pilotar não tem tempo nem piedade nem tem hora de chegar, sem pedir licença muda nossa vida e depois convida a rir ou chorar (Toquinho, Aquarela) “Ed il futuro è un’astronave che cerchiamo di pilotare, non ha tempo né pietà, né ha fretta di arrivare, senza chiedere il permesso ci cambia la vita e poi ci invita a ridere. O a piangere.” Oddio, la traduzione è mia ed il portoghese “do Brazil” non è per me una scienza esatta… ma – in compenso - la canzone di Toquinho è stupenda.
A mio figlio Fontanarosa piace molto, in virtù di un suo personale ricordo d’infanzia: la piccola piscina comunale all’aperto e Angelo – l’allora gestore – a cui si era affezionato. Gli piaceva lo scivolo d’acqua e la possibilità di prendere i gelati e le patatine senza la trafila di ciabatte-soldi-dalla-mamma-tragitto-fino-al-bar-e-ritorno: fuori dall’acqua direttamente al banco, proprio come in un villaggio-vacanze.
Fontanarosa è famosa per la pietra e la sua lavorazione. Infatti, ci hanno organizzato pure un museo a tema. Ho visto, nel prato antistante, una riproduzione della Nike di Samotracia, quella alata e acefala, per intenderci. Mi ha colpito piacevolmente vedere la Nike, piuttosto che una più contestualizzata riproduzione contemporanea o autoctona. Sarà per il mio debole verso il classico.
Fontanarosa è carina. Mi colpisce sempre il campanile della Torre Civica, piastrellato in ceramica verde e gialla, come i colori della Chiesa di Cetara, che è ben lontana da qui, in senso geografico e pure storico-culturale. La considero un altro indizio di mediterraneità.
Fontanarosa, poi, ha una grotta mistica con un pozzo di acqua – diciamo – miracolosa. È perché in questo pozzo trovarono nascosta una statua in terracotta della Vergine (per scamparla alla furia degli Iconoclasti) e così l’acqua è divenuta “portentosa per la salute dei fedeli”. Sarà.
Pietro, però, vive nelle palazzine nuove del paese, non nella parte vecchia. È un ferroviere in pensione, ma è giovanile e iperattivo. Non conosco persona più precisa e premurosa di Pietro quando si occupa, da volontario, dei problemi delle persone anziane. È stato un gran lavoratore e non si è mai risparmiato.
Pasquale, invece, era uno dei Vigili urbani di Fontanarosa, poi passato al Ministero di Giustizia, ora in pensione pure lui, ma vive fuori. Neanche Pasquale scherza in precisione e premura. E poi, è un drago con i computer. Avrà pure le sue idee irremovibili e un po’ di età ci separa, ma è certo che, per un lessico comune di lavoro ed amicizia, ci capiamo a volo.
Di Fontanarosa ho diversi amici, oltre a Pietro e Pasquale. Di tutti loro ho notato che, seppur abitanti di altri comuni per lavoro o per amore, hanno un rapporto molto stretto con il paese. Ho immaginato che il famoso Carro di Fontanarosa, quell’obelisco di legno e paglia finemente lavorata che si traina per il paese in festa, stringa idealmente attorno a sé i suoi figli, senza perderli mai. Una curiosità: sul sito ufficiale del Comune di Fontanarosa non sono riuscita a trovare la data della festa del Carro. Spero sia una mia personale incapacità, ma approfitto dell’occasione per lamentarmi del fatto che, spesso, chi cura i siti web dà per scontato ciò che, per esempio, a Fontanarosa, si conosce da sempre: la data della Festa più importante del paese.
Esco dal paese per proseguire verso il Passo. Sì e no avrò visto meno di dieci persone per le strade. Eppure, non è Senerchia.
Vamos todos numa linda passarela de uma aquarela que um dia enfim descolorirà. (Toquinho, op. cit.) “Attraversiamo tutti un bel ponte di un acquerello che un giorno infine scolorirà…”
