(Originale pubblicato su Ottopagine il 26 ottobre 2009)
Il Goleto è un mondo ed una storia a sé, composti a strati, il cui racconto parte da molto lontano.
Innanzitutto è un monastero che si trova in agro di Sant’Angelo dei Lombardi. Date e storia completa sono reperibili al sito dedicato: www.goleto.it
Il mio racconto odierno è una cronaca svolazzante, fatta a flash, di cose e particolari su cui mi sono soffermata in una domenica piuttosto grigiastra e freddina di settembre.
Non è la prima volta che visito questo complesso monacale, ma dall’ultima mia visita – cioè circa 10 anni fa – ad oggi, trovo il luogo cambiato. Molto ancora è stato recuperato e ristrutturato, molti ambiti sono ora aperti al pubblico. I giardini sono stati organizzati e ben coltivati.
La nostra storia di oggi inizia da quando il Frate benedettino Guglielmo – che poi divenne Santo e pure patrono principale d’Irpinia (principale? Ne esistono altri?) - natìo di Vercelli, decise di continuare il suo pellegrinaggio da Santiago di Compostela fino in Palestina.
Arrivò a Taranto, dove un assalto brigantizio lo dissuase dal prendere il mare e tornando dalla Puglia, si fermò a Montevergine fondando l’omonima Abbazia. Dopo aver avuto una visione in sogno, decise di lasciare il Monte Partenio ed incamminandosi verso est, sostò per un tempo al lago Laceno e poi scese in queste terre santangiolesi. Visse da eremita su di un albero per due anni ed alla fine si risolse a fondare un monastero: il Goleto, appunto. Guglielmo può, secondo me, diventare il patrono dei costruttori edili, perché non fondò solo Goleto e Montevergine, bensì anche altri monasteri tra la Puglia e la Campania. Instancabile.
Nella storia dei monasteri, questo nostro è particolare, perché è uno dei tre o quattro cosiddetti monasteri “doppi” dell’Italia meridionale. Doppio perché ospitava sia monaci che suore di clausura. La parte maschile del monastero era di servizio a quella femminile. Era una vera novità per i tempi e per i luoghi. Lo stesso Federico II ha amato molto il Goleto. Il luogo si trovava sulla strada della transumanza ed all’epoca (1200-1500) era una vera e propria autostrada – di cui rimane un tracciato tra valichi ed altipiani – tra la piana di Battipaglia e la Puglia. Era un luogo ricco di boschi e di acqua (da queste parti nasce l’Ofanto), che permetteva ai monaci di mantenersi in autarchia, bastavano a sé, in economia e sostentamento. Il nome Goleto è un accomodamento meno cupo della parola “gugliti” che significa “canne fluviali”.
Prima dell’inizio della sua decadenza, era un grande, fiorente e nobile monastero, che accoglieva i migliori rampolli delle famiglie blasonate e patrizie.
Il cicerone di oggi, Giovanni, è un appassionato di storia irpina ed è veramente una fonte inesauribile. È un piacere viaggiare con lui, i suoi racconti sono interessanti mix di scienza e cronaca, di aneddotica e storia patria.
Le particolarità del Goleto iniziano dal portale dell’ingresso, il quale può rappresentare la sintesi della sua storia, composto da pietre e simboli. Si legge la storia dei Romani attraverso i basoli della base e del passaggio di Federico, i cui operai (non locali) posero blocchi di pietra pugliese a chiudere la volta. C’è il simbolo di Montevergine e quello dei pellegrini di Santiago: la conchiglia dell’oceano atlantico.
Così come i resti del Goleto – spoliato ripetutamente a cominciare dal 1500 circa – vennero riutilizzati per la costruzione di chiese in Nusco e Sant’Angelo, così lo stesso monastero venne costruito con resti di edificazioni romane.
E dunque varchiamo il portale ed entriamo nel giardino antistante la costruzione. Il profumo di timo, origano e maggiorana riempie l’aria. Un pergolato lascia maturare dell’uva di Fiano. Mi permetto pure di prendere qualche chicco.
Ai piedi della scala che sale fino alla Cappella di San Luca, mi fermo ad immaginare i ragazzini che venivano a giocare agli esploratori tra le rovine del Goleto e tra i boschi che lo circondavano, fino a quando, nei primi degli anni Settanta, padre Lucio – un po’ ingenuamente, ma testardamente – decise che il monastero andava recuperato ed iniziò da solo a muovere pietre, ad impastare calce, a vivere solitario e spesso inascoltato tra le macerie.
Così iniziò la rinascita del monastero, con il recupero di tutte le sue parti, dalla Torre Febronia, così piena di testimonianze della biografia di un certo Marco Paccio, fino ai capitelli tutti diversi della cappella di San Luca che ricorda in colori e luci Castel del Monte vicino Andria.
Tutto il complesso è pieno di simboli. A volte sono nascosti e da cercare come in una caccia al tesoro, incastonati nei blocchi di pietra, sotto i decori, negli stralci di qualche affresco rimasto: leoni, serpenti, mostri, gargoyles. Sono serviti da esorcismi e da neutralizzatori del male del mondo.
Tutto il monastero è una contaminazione architettonica continua, nel tempo e nello spazio. E il tutto rende l’idea della creatività. Non c’è una bifora identica all’altra, un capitello uguale all’altro. Eppure, dominante è l’idea di semplicità e di essenzialità.
C’è tanto da raccontare e da sapere sul Goleto. Come la leggenda del cosiddetto “cimitero dei morti odorosi”. La vita monacale al Goleto era così sana, salubre e buona che, pure nella decomposizione, i corpi non male odoravano, per via di ciò che avevano mangiato, dell’aria pura che avevano respirato.
Esco dal cancello serena come dopo una sessione di yoga.
Il sole del primissimo meriggio illumina la pietra bianca tutto d’intorno.
Una mandria di bovini anch’essi bianchi si avvicina ad abbeverarsi alla fonte sul muro di cinta.
In controsole, per un attimo, si viaggia indietro nel tempo, quando le mandrie si spostavano tra est ed ovest. Quando l’Europa si svegliava dal Medioevo e Federico II aveva un sogno di pace e cultura.
“Scrivere sul Goleto dipende solo in minima parte da quanto i tuoi occhi hanno potuto vedere o leggere.” , mi ha scritto, qualche giorno dopo, Giovanni in un post.
