(Originale su Orticalab, al link in basso.)
Oggi voglio parlare di collisioni. C’è una serissima metafora nell’op-ed (pezzo di opinione) che state per leggere, riferita ai comportamenti degli homines politici attuali, locali e non.
Dicesi collisione uno scontro, in particolar modo tra cose in movimento. Due auto collidono; due atomi collidono nel Large Hadron Collider del CERN ginevrino per dimostrare l’esistenza del bosone (di Higgs, di Dio, vedete un po’ voi); un pianeta ed un asteroide collidono, e così via. Il termine ‘collisione’ ha generalmente una connotazione negativa. Tuttavia, ciò non è per quanto riguarda le collisioni sociali.
Le collisioni sociali, inoltre, per la loro capacità di produrre giovamenti, possono essere finanche progettate e non solo auspicate. Sono circa quarant’anni che si studiano le interrelazioni umane creative, cioè quelle fortunate connessioni che aumentano innovazione e produttività in ogni campo: economico, artistico, letterario, politico, tecnico. Si sa che le migliori idee e le soluzioni ai problemi sono figlie d’incontri, brain storming accidentali e chiacchierate al bar. Il mantra è che tutti debbano incontrarsi, parlare, come in un’enorme camera-caffè, perché è dai dialoghi (anche accesi) tra persone provenienti da luoghi e culture diversi che nascono le idee. Lo sa benissimo anche la Google Inc. che ha ri-progettato il suo nuovo campus fornendolo di numerosi bar e posizionando gli uffici in modo che ogni dipendente non fosse a più di due minuti e mezzo di camminata dal collega più lontano. Considerato che l’incontro di idee è molto prolifico (Google stima che possa aumentare del 25% la produttività di un’azienda) e che finora gli incontri più significativi sono quelli fortuiti, e occasionali – quelli dipesi dalla cosiddetta serendipità (trovare qualcosa di diverso da ciò che si cercava effettivamente) tra persone che di solito non condividono gli stessi spazi, cioè – si è pensato di progettare la casualità degli incontri, una sorta di ‘mano di dio’ (no, non c’entra Maradona) che guidi le persone ad incrociarsi. Certo, sembra una contraddizione, ma almeno si può tentare, facendo incontrare ‘spintaneamente’ -- grazie all’urbanistica, alla logistica e all’organizzazione di luoghi e spazi – le persone e le loro idee.
Gli incontri-scontri tra persone e le loro idee (vanno bene tutte le idee, anche quelle strambe, sbagliate o banali) interrompono l’inerzia, esattamente come nella fisica, laddove l’inerzia – come tutti sanno – è una condizione di inalterabilità (sia del moto che della stasi) di un corpo. Rompere l’inerzia equivale a cambiare lo status, a modificare traiettorie e – come insegna la Teoria della Farfalla – il corso della Storia. Per essere validi, condicio sine qua non, le collisioni sociali devono essere fisiche, de visu, non mediate da fili d’aria o schermi, per quanto interattivi. (Quindi, neanche le primarie via web sono una soluzione.)
Nonostante la globalizzazione, il villaggio di McLuhan e il web-grande-quanto-il-mondo, noi tutti viviamo in compartimenti stagni, piccoli, grandi o immensi, purtroppo abbastanza impermeabili alla creatività più irrazionale e per questo più produttiva. Le collisioni creative sono di quei pochi che s’incontrano faccia a faccia, che c’entri il Caso o la Volontà.
Siamo così abbisognosi di soluzioni, cambiamenti e svolte che anche il solo provare a dare una mano alla serendipità (che è una via di mezzo tra la volontà di ricerca e la fortuità di una scoperta) andrebbe benone per l’arricchimento personale e dell’umanità, più o meno vasta, d’intorno. Ci ha provato anche il Presidente Napolitano (un’altra mano santa), cercando la collisione sociale e (im)produttiva di dieci-saggi-dieci, i cui elaborati dovrebbero diventare le fondamenta di magnifiche sorti e progressive. Mah.
Le impermeabili stanze della nostra politica (nazionale, ma soprattutto locale) non stanno producendo nulla di utile alla sopravvivenza del Paese.
Neanche vi sfuggirà che le decantate trasparenza e permeabilità dei pentastellari non incontrano-scontrano nuove idee, ma fanno circolare in loop alcune loro ‘fisse’. Hanno esportato una moda -- ‘avanti-i-ggiovani’ -- ed una political correctness digitale da incubo millenaristico, ma nessun cambiamento, tutt’al più arroccamenti. Le collisioni sociali reali sono state bandite in quanto pericolose, riservando gli incontri tra persone (senza diretta streaming) al riallineamento dei concetti, al fine di purificarli dalle eventuali contaminazioni capitoline.
Mutatis mutandis, ogni parte politica evita la contaminazione sociale. Sì sì, lo so, se si chiamano partiti è perché sono di parte, me ne rendo conto.
Ciò non di meno, siamo ormai in una trappola, perché tutti i partiti, e specialmente quelli del centro-sinistra, non collidono socialmente con gli elettori: dove sono quelle belle sezioni di una volta, rigorosamente a fronte strada, da cui fuoriuscivano ‘kitemmuort’ e ‘vafangul’ quali sound-track delle seggiate? Erano bei tempi quelli: nessun giaguaro a turbarci i sogni, le primarie erano un’americanata e la contaminazione sociale proseguiva nei bar.
Poi, cominciò Nanni Moretti, il quale, filmando ‘La Cosa’ nelle sezioni del PCI in transizione (ah, la Bolognina!), trasformò la politica italiana in un reality in differita.
Ora, abbiamo il fenomeno ‘occupy-qualcosa’, che è diventato una malattia auto-immune: ci si occupa da soli (vedi alla voce ‘Piddì irpino’).
Qualcuno ipotizzò apocalitticamente che la collisione atomica del CERN avrebbe innescato la genesi di un buco nero e la fine del mondo, ma non è successo niente.
È, invece, la carenza di collisioni sociali tra le persone e la politica che ha generato il buco nero in cui stiamo sprofondando.
Si resta in attesa di un Big Bang rigenerativo.
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