(Originale pubblicato su Ottopagine il 5/8/2009.)
Paternopoli o del rimpianto. Mi fermo alle porte del paese, dove c’è il cimitero. Affianco c’è un campo di grano biondo. Il cartello informa che Paternopoli è gemellata con Cortona, provincia di Arezzo, la cittadina natale di Jovanotti. Mi sfiora la curiosità sulla scelta di Cortona, pacioso e paffutello insediamento tra i colli aretini. Pieno di grano. Tant’è che a Sansepolcro – sempre Arezzo -, quasi come simbolo, c’era uno stabilimento Barilla.
L’appuntamento è con Peppe, operaio FMA e combattivo delegato sindacale. Arriva con l’auto più bella del mondo dopo la Due Cavalli: una vecchia Cinquecento rossa. Come quella con cui mamma andava ad insegnare, quella con cui ho imparato a guidare. Un caffè e poi direttamente al Comune, dove ci aspetta Gianni, assessore. Il Municipio è ricostruito ed è ampio e luminoso. Dalla stanza del sindaco si vede uno scorcio di panorama, ma – a parte i declivi verdi delle colline sul fondo – lo skyline urbanistico è anonimo. Scatto alcune foto. Non noto il filo di pensiero etnologico o storico che ha guidato la ricostruzione. Non c’è, e le case di Paternopoli potrebbero essere quelle di qualunque periferia in qualunque cittadina. Addio storia. Peccato.
Era grande una volta Paternopoli, dice Gianni. Infatti, sul sito web del Comune (ce ne sono tanti di siti su Paternopoli), è raccontata la storia di un insediamento pre-romanico, addirittura. Il nome discende da ‘Città dei Padri’, ovverosia degli eremiti, dei saggi che l’avevano scelta come dimora per studiare e meditare. Paternopoli ha una storia nobile, che transita obbligatoriamente anche per i Longobardi. A me i Longobardi continuano a starmi simpatici!
I Padri di Paternopoli erano un po’ come degli opinion makers d’antan. Studiosi che ‘possedevano la conoscenza’ e quindi potevano orientare le comunità. Tant’è che venne pure istituita una Scuola di lettere ed arti alla metà del XVII secolo. Paternopoli si elesse a crocevia culturale e dello spirito. Oggi, invece, è sede di due aziende radiofoniche, abbastanza diffuse nella regione.
Il cruccio di Peppe e Gianni è constatare come Paternopoli appaia sui media locali come un paese litigioso, senza dialogo, né cooperazione, ingarbugliato sempre e da sempre in questioni partitiche, senza via d’uscita per la qualità della vita o per lo sviluppo socio-economico. D’altronde, mi parlano di un disagio invisibile, benchè poderoso. Peppe si chiede il perché di tutto ciò e scuote la testa. Un recente episodio di suicidio giovanile ha letteralmente ammutolito la comunità, che ingloba e non sa reagire, se non commuovendosi.
Il paese sfiora di poco i 2500 abitanti. Si muore di più di quanto si nasce. Ma è una costante dei nostri paesi ad est di Avellino. Su Wikipedia, Gianni mi fa notare che esiste un istogramma sull’andamento demografico dal 1861 all’ultimo censimento del 2001. Nel 1951 Paternopoli sfiorava i 4.000 abitanti. Ci raggiunge anche Licia, una donna determinata, e amica mia. Ha anche lei avuto esperienza di amministratrice di questo Comune.
Continuiamo a parlare di disagi: sociale, giovanile, economico. Eppure Paternopoli ha le più vaste coltivazioni di viti d’Irpinia: l’aglianico nasce in queste terre. Potrebbe essere un motivo in più per cambiare senso al futuro, che appare deprimente. Ma è così un po’ dappertutto. Forse i miei amici hanno più coraggio di altri nel dichiararlo nella sua gravità.
Gianni mi parla di abbattimento dei simboli, quelli che tengono e trattengono una comunità. Paternopoli poteva ben utilizzare i suoi: cultura, aggregazione, tradizioni. E non solo d’estate.
C’è poco significato nelle vite dei nostri paesi. C’è poca ricerca di connessioni tra le cose, le persone, le ragioni, la storia ed il tempo che passa.
I giovani preferiscono emulare i modelli sociografici di agglomerati urbani virtuali, perché li vedono in TV. L’idea dei giovani è piuttosto quella di voler appartenere ad una tribù, una delle tante che il circo pubblicitario decanta come luogo di ogni felicità (nella creazione di queste tribù da mito, per esempio, le aziende telefoniche sono imbattibili!). I sogni magari circolano ancora, ma è l’avvenire che non si costruisce più.
Si vive, a Paternopoli - come un po’ dappertutto nelle zone del medio-Ofanto - con l’assunto inconscio di essere un orpello agganciato al Capoluogo, come, parallelamente poi, spesso anche Avellino si identifichi solo nella minorità succube del napolicentrismo.
L’apatia culturale del nostro sud non evidenzia neanche più quello che è un altro degli svantaggi sociali: la mancanza di infrastrutture immateriali. Di strade (infrastrutture materiali) in Irpinia ce ne sono fin troppe, l’indice è 147 su 100 ed il post-sisma ha fatto tantissimo per il collegamento interno est-ovest. Il cosiddetto digital divide, però, esiste anche in questa parte di mondo occidentale e sta divenendo un social divide: tra chi ha e chi non ha la possibilità di accedere alle informazioni ed alle reti, con la conseguenza che viene a degenerarsi la democrazia insita nel pluralismo. Infine, dal punto di vista di scelte di vita, si è troppo vicini ad Avellino o all’Università di Fisciano per pensare a darsi coraggio e andar via da Paternopoli per lavorare e/o studiare, come avviene con più frequenza, invece, per i paesi dell’alta Irpinia.
Ogni intervento, anche economico, ha le modalità e gli scopi di una flebo di sostentamento e null’altro, dice Gianni. Sarebbe importante entrare nel tessuto sociale affinché una comunità possa prendersi in carico i problemi che le appartengono. Invece, i problemi devono sempre essere risolti da altri e altrove, secondo la nostra nuova etica politico-sociale. Si delega la soluzione dei propri problemi - e sempre più spesso anche la formazione e di un pensiero e di un’opinione - ad altre istanze (spesso evanescenti).
Licia – che ha lavorato al nord - è convinta che occorrerebbe intervenire sulla psicologia sociale delle generazioni intermedie, i baby-boomers (40-50 anni) e la Generazione X (over 30), quelle che hanno il carico degli anziani e dei giovani ad un tempo. Ha ragione lei ed io dico di più: come sua coetanea, ed innanzitutto donna, sento tutto il peso di questa responsabilità socio-pedagogica e di cura, assolutamente non alleviato dai servizi e/o dal convincimento generale per il quale la famiglia, seppur tanto celebrata e difesa, non diviene altro che un sottoprodotto che sostiene l’economia, non calcolato, però, nel PIL.
Mi viene in mente che il ‘progetto dei progetti’ sarebbe quello di una formazione permanente, di tipo sociale e motivazionale, che faccia viaggiare le menti di ognuno e vivere quei confronti – necessari all’apertura di più vasti orizzonti cognitivi - che l’esperienza non ha dato, per carenza di mezzi economici, per latitudini geografiche ostative, o semplicemente per mancanza di curiosità.
Indiana Jones diceva che l’esperienza non è una risultante dell’età, bensì dei kilometri percorsi. Grand’uomo il vecchio Indie, ci aveva preso in pieno.
Si rimane, invece, a Paternopoli (come in tanti dei nostri paesi del sud) con il proprio bagaglio di scontento, senza più neanche avvertirlo come tale. La colpa dovrà essere altrove: nelle istituzioni, nella politica, nella droga, nella scuola, nel nord, nei reality, nel buco dell’ozono, nelle bevande gasate, nei videogames, nei prodotti dalla Cina…
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