(Originale pubblicato su Ottopagine il 27 luglio 2009)
Il Municipio di Pietradefusi si trova nella frazione di Sant’Elena, una delle tante altre in cui è suddiviso il paese: Dentecane, Pappaceci, Passo, Pietra, Rione Serra, Sant’Angelo a Cancelli, San Sabino, Vertecchia.
Il nome del paese indica un’antica fusione tra tutte queste località, radiali rispetto all’agglomerato di Pietra e “Pietra delli Fusi”, appunto, aveva dignità di Università già circa seicento anni fa.
Luisa, la responsabile dell’anagrafe, racconta di quando il Liceo Ginnasio era molto rinomato e c’era anche un Comando della Finanza. Antichi fasti, insomma.
A testimoniare la distribuzione ad ampio raggio degli insediamenti, la Stazione dei Carabinieri, per esempio, si trova a Dentecane ed opera sui territori di Venticano e Pietradefusi. Oppure, ci sono ancora due uffici distinti di stato civile (anche se ora virtuali), la cui esistenza – residuale e simbolica - una volta identificava borghi decentrati e popolosi. Dentecane - di cui una parte si associò con il Comune di Venticano nel dopoguerra - è la frazione più famosa ed è anche rimasta sede del Liceo.
Pietradefusi è nazionalmente nota per la produzione del torrone. Come Cremona al nord. Lì, a Cremona c’è la Sperlari. A Cremona, città tonda e radiale per eccellenza, ingrassi anche solo passeggiando per le vie della città, tanto che sa di dolce e di cibo in genere. Pietradefusi, invece, è sparpagliata e non incontro molte persone per strada.
A Pietradefusi ho avuto la sensazione di un rimpianto, come di un’antica nobiltà in decadenza. Si capisce che era un più grosso centro, tanto tempo fa. La loquace Luisa mi racconta la storia di queste numerose frazioni, spesso in rivalità fra loro, che dal dopoguerra si sono lasciate andare ed oggi s’inaridiscono urbanisticamente e socialmente.
Quando arrivo alla sede Comunale, vivo l’impressione di un deja-vu. Mi arriva il ricordo del municipio di Agerola: stessa costruzione tondeggiante e di vetri. Oppure sarà la luce, oggi così brillante, come si riflettesse su di uno specchio d’acqua, esattamente come succedeva ad Agerola, dove per un periodo lavorai. Strana associazione, chissà.
I circa duemilacinquecento abitanti di Pietradefusi rendono un pochino più alti i numeri dell’andamento demografico. L’anno scorso il saldo tra nascite e morti tendeva al pareggio (in svantaggio le nascite, of course). Ciò è stato possibile grazie alle lavoratrici immigrate. Ce ne sono circa una sessantina regolarmente residenti, ma tra quelle che risiedono lì, quelle che si sono sposate (dunque cittadine italiane) e quelle che vengono a lavorarci, ridendo Luisa dice che ormai in ogni famiglia ce n’è una. “E meno male!”, commenta.
La finestra dell’ufficio anagrafe dà sul retro: c’è pace, silenzio e tanto verde. L’ufficio è abbastanza frequentato. Oggi, poi, c’è la scadenza degli esami per la patente europea del computer alla Scuola Media locale e diversi genitori vengono a chiedere gli ultimi certificati per i figli. Anche a Pietradefusi, come a Torre le Nocelle, l’Anagrafe è un ufficio al femminile. Affianco a Luisa, lavora Maria Luisa, che non si siede mai. Non c’è una pratica pendente: tutto si definisce quanto prima, in un rapporto relazionale diretto con gli altri uffici e i cittadini. Anche qui i registri sono amati, assorbiti e conosciuti come cose di casa, si parla dei casi anagrafici come di persone vere e non come procedimenti anonimi.
Si è fatto tardi. Si torna a casa. Scelgo di cambiare strada per tornare ad Avellino, attraversando Montemiletto. E così mi guardo questa bella vallata del Calore, con le sue collinette dal colore dell’indaco che sfuma fino al celeste polvere. Attraverso “Paso Sierra”, Passo Serra, cioè. È stato un mio vecchio e simpaticissimo amico, Marino da Montefusco, che ha azzeccato la toponomastica. Con i suoi baffoni e la sua paciosità sembra proprio un messicano. Paso Sierra, davvero mi rende l’idea del Messico, un po’ brullo, soleggiato, con le abitazioni giallo chiaro e basse. È il valico che supera la vallata del Calore. Si sale e si scende proprio come un passo d’altura (media) e si arriva tutto ad un tratto in un altro paesaggio. Si scende nella Valle del Sabato, aumenta la vegetazione e incontro Ponte Zeza, in agro di Santa Paolina. Il nome è un po’ buffo e mi fu raccontato che tanto tempo fa un candidato locale addirittura promise - con altisonante retorica - un collegamento ferroviario tra Ponte Zeza e [Ponte] Marotta (nel Comune di Montefusco) come la soluzione al sottosviluppo della zona. Figuriamoci.
Un treno non ha mai collegato queste due località, lo sviluppo della zona non è mai decollato e forse il candidato non fu neanche mai eletto. Oggi - mi sovviene - i fatti vanno diversamente: i collegamenti (come i ponti, per esempio) si promettono ma non si costruiscono, di sviluppo neanche a parlarne, eppure i candidati vengono eletti. A prescindere.
Arrivo a Pratola Serra Stadtmitte (vuol dire centro-città). Mi è sempre piaciuta Pratola, così aggraziata, con la sua via principale ordinata, larga, ben ricostruita, compresa di lampioni retrò. Un’altra ambientazione così la riconosco solo ad Altavilla. Eppure, nei luoghi comuni nella paremiologia irpina (i proverbi, cioè), Pratola è un brutto posto di transito, dicunt.
La mia trappolina blu scivola veloce fino a Pianodardine, fra un po’ sono a casa, traffico cittadino permettendo.
