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San Michele di Serino - Prima parte

(Originale pubblicato su Ottopagine il 3 ottobre 2009.)

Uh, che bella sorpresa è stata la comunità di San Michele di Serino!

Premetto, ad onor del vero, che, nel raggiungerla, pensavo di trovare il solito agglomerato a “sale”, eredità dei Longobardi, un po’ disordinato e senza un vero centro. Pensavo di trovare un paese a “mezza costa” tra Avellino e Salerno, senza identità giustificabile se non come satellite di centri più grossi verso la fascia costiera, come Mercato San Severino o Baronissi. Invece.

Aurelio è puntuale. Il giovane consigliere della nuovissima Giunta mi attende a Serino, all’uscita del raccordo A31. Gliel’ho chiesto io di incontrarci lì, perché, comme d’habitude, mi sarei persa nel dedalo di strade che circondano le sale e le frazioni intorno a Serino.

Sono stata smentita: è stato facilissimo arrivare al Municipio. Tra l’altro, molto grande e luminoso. Gli spazi non mancano a San Michele. L’incontro è previsto nella stanza del Sindaco. Aurelio è organizzato e preciso, mi ha preordinato una serie di colloqui con tutti i personaggi del paese che hanno qualcosa da raccontare. Tutti costoro mi hanno parlato con passione di tante belle storie che cercherò di riassumere qui.

San Michele è già citata documentalmente nel II sec. avanti Cristo, età dei Gracchi (politica agraria e di riordino fondiario), come una colonia di Abellinum. Ma la sua importanza in epoca successiva deriva esclusivamente dalla circostanza di trovarsi lungo il percorso dei pellegrini che dalla costa salernitana si portavano al Santuario di San Michele sul Gargano (Monte S.Angelo). La Chiesa del comune era (ed è) intitolata a Sant’Angelo ad Peregrinos, con un riferimento preciso proprio al pellegrinaggio verso est. La tradizione di questi pellegrinaggi pre-esisteva alla venuta dei Longobardi, i quali ne assorbirono anche il culto nei confronti di San Michele. Nella tassonomia cristiana, San Michele è un angelo dalle grandi ali, avvolto in una tunica fittamente drappeggiata, sempre avvolto dal vento, che brandisce una spada enorme.

Il paese, quindi, fonda la sua storia e la sua vocazione come punto di raduno dei pellegrini in viaggio lungo la via Antiqua Maior, verso la Puglia. L’idea di punto di raduno non ne fa un agglomerato di casali. Infatti, è un nucleo circolare unito, pur molto ampliato dopo la ricostruzione, pressoché totale, dopo il terremoto.

Sarà stato per la tradizione di accoglienza, sarà stato per la necessità di aggregare persone diverse, ecco perchè gli abitanti di San Michele di Serino sono molto ospitali, cooperativi, iper-attivi e sicuramente innamorati del loro paese e della loro storia.

Il primo amatore del paese che Aurelio mi presenta è il responsabile della “logistica” della Pro Loco: Giulio. Un amabile signore dai chiarissimi occhi azzurri. È lui che mi racconta dei pellegrini, dei Longobardi (mia antica passione ai tempi dell’Università) e delle innumerevoli manifestazioni che si organizzano durante l’anno in questo paese di circa 2600 abitanti. Rimando al sito www.prolocosanmichelediserino.it per l’elenco completo e i dettagli di tutto ciò che Giulio e la sua squadra preparano. Eh già, perché l’associazionismo a San Michele è un aspetto importante. Esistono circa una decina di associazioni (culturali, di volontariato, sportive, diocesane, giovanili, per la terza età) che rendono la vita sociale del paese molto attiva ed interessante. Mi chiedo – anche sulla scorta dei confronti automatici con altri paesi che conosco – se l’associazionismo sia causa o effetto della vitalità che vedo qui. Ma ne riparliamo.

Faccio la conoscenza di Anna, funzionaria del comune, che mi parla delle iniziative sociali a favore degli anziani e dei minori. Il servizio civile ha funzionato bene e così si son presi cura di una trentina di anziani, specialmente nei loro bisogni di socialità. La cittadinanza si considera una grande famiglia e gli anziani rappresentano un gruppo importante, sia per la loro numerosità (circa un terzo della popolazione, per la maggioranza donne) sia per la loro longevità. Anche il Piano di Zona (quello di Atripalda, per intenderci) è molto attento agli anziani, come pure verso i minori.

A proposito di bambini, Aurelio mi porta a visitare il nido. Non è un vero e proprio nido “L’Albero dei Piccoli”, è una gestione che il Piano di Zona affida per gara a cooperative o associazioni specializzate. Ospita circa 30 bambini dai 18 ai 36 mesi, provenienti anche dai comuni limitrofi, in ampie sale di un appartamento. Il Comune ha predisposto una nuova sede. L’esigenza di una struttura come questa è davvero sentita e la piaga della loro carenza è endemica al sud. Sono quei servizi che costruiscono lo stato sociale (il welfare) e che fanno la differenza di civiltà in uno Stato. I nidi sono istituzioni previste anche costituzionalmente, ma, man mano che si riducono i fondi degli enti locali, spariscono anche quei pochi che faticosamente esistevano. Le liste di prenotazione per un posto al nido nel Sud d’Italia sono in media almeno dieci volte il numero dei bambini che vi accedono, tenendo in conto anche del fatto che molte mamme meridionali rinunciano proprio a fare la domanda d’iscrizione. La cura dei minori delle mamme lavoratrici e degli anziani, come al solito, rimane principalmente affidata alle famiglie, anzi alle donne delle famiglie. Poi, ci si chiede come mai non si fanno più figli e c’è la crisi dei matrimoni.

Gerardina, la coordinatrice delle assistenti all’Albero dei Piccoli, ama il suo lavoro. Quando arriviamo è un po’ tardi e fa caldo e qualche piccolino ha sonno. Ma non Pasquale, un birbante vivace e per nulla timido. Ha un faccino simpaticissimo, con i suoi occhietti chiari e i capelli rossicci corti corti. Aurelio dice che la struttura è un fiore all’occhiello, non foss’altro perché non ne esistono molte in provincia. Ricordo l’esperienza con mio figlio, quando andava all’asilo (privato, perché gli orari erano più confacenti ai miei di lavoro) mangiava tutto perché stava con gli altri e socializzava per “shaping” (modellamento). Rivedo tavolini e seggioline colorate, tutto mini. Ricordo che spesso mi sedevo con loro a mensa. È stata una grande tranquillità per me, mamma lavoratrice, sapere dove fosse e con chi fosse il mio bambino mentre ero al lavoro. Il coinvolgimento emotivo e funzionale dei genitori con le strutture che ospitano i piccoli (quando esistono!) è necessario, per i bambini ed anche per le operatrici: per questa buona prassi, l’asilo Diana di Reggio Emilia è divenuto famoso nel mondo come il migliore. Gerardina mi chiede di parlare molto dell’argomento perché è importante. Ha ragione. Esco sorridendo dalle sale e so che la farò contenta.

(Nella foto in alto, un evento che organizzai a San Michele con MArina ed Aureli, che trovate anche nella gallery in basso.)

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Tag(s) : #reportage in Irpinia
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