(L'originale di questo articolo venne pubblicato su IlCiriaco.it in occasione del secondo anniversario dal sisma aquilano e dopo lo show di un circo mediatico e politico che spero di non vedere mai più.)
Il terremoto de L’Aquila è profondamente diverso da quello irpino, ma non per via dell’estensione delle zone colpite o per il numero di vittime, bensì per fattori nuovi ed impensabili nel 1980. Ho sempre immaginato che un terremoto fosse nella sua imprevedibilità un evento ‘arcaico’, una di quelle cose che ti riportano all’origine del mondo. Un terremoto – anche nel recente Giappone – non si può ‘addomesticare’. Eppure, a L’Aquila l’evento-terremoto è stato addomesticato in un clima di ottundimento generale da cui ci si sta svegliando solo due anni dopo. La realtà aquilana è stata trasformata in un reality (una finta realtà, cioè). Spente le telecamere, il terremoto non fa più notizia (tranne per l’oscena finzione a Forum). L’Aquila non esiste più, come notizia, come evento, ma anche come popolazione con il suo dolore amaro.
Sono arrivata a L’Aquila nel secondo anniversario dal sisma. Spenti gli accecanti riflettori del circo mass-mediatico e asciugate la lacrime del dolore, gli aquilani si sono svegliati malamente da una sbornia da show-biz per ritrovarsi in un incubo senza scampo.
Tutti ben incazzati, è vero, ma anche tutti resi impotenti da una morsa, fatta di regole, leggi, leggine, decreti, regolamenti, che ha bloccato l’avvio della ricostruzione. Inoltre, l’ultima dolorosa beffa, il cosiddetto ‘processo breve’, impedisce di fatto di giudicare davanti ad un Tribunale i responsabili del crollo più atroce: quello della Casa dello Studente.
Una volta usciti dall’autostrada (casello ovest di Coppito) arrivare a L’Aquila è complicato, molte via sono interrotte, per lavori (si costruiscono solo rotonde) o perché i carotaggi (avventati o distratti) hanno danneggiato le condotte. C’è un traffico snervante e gli automobilisti diventano oltremodo nevrotici e prepotenti. Da una parte all’altra dei 20 insediamenti delle C.A.S.E. (moduli abitativi ‘durevoli’, costati 2 mila e 700 euro al metro quadro) occorre necessariamente muoversi in auto, perché manca un sistema di trasporto pubblico appena decente.
Da Coppito al centro storico ci sono 2 km, ma da qui per ritornare a Coppito si deve fare un giro lungo 11 km, in un senso unico contorto. Quasi tutte le famiglie sono state smembrate. Si fa fatica a vivere, a fare gli anziani (senza servizi), gli alunni (scuole dell’obbligo a kilometri di distanza), gli studenti (aule universitarie sparpagliate anche in centri commerciali molto periferici), i dipendenti pubblici (senza sedi), o gli operai (non c’è lavoro ed è massiccio il ricorso alla cassa integrazione).
L’Aquila non se la passava bene neanche prima del sisma, ora è in ginocchio.
Era una città che si reggeva -- quasi a stento -- solo sull’economia universitaria (circa 30 mila iscritti prima del sisma), avendo perso le chance per essere un polo high-tech (il CERN del Gran Sasso non si è mai amalgamato al Capoluogo), un attrattore turistico (il sistema dei Parchi – ben tre – non ha mai voluto annettere L’Aquila nei percorsi del turismo di qualità) o una zona di sviluppo industriale tout-court.
Sono circa 40 mila gli sfollati, di cui 15 mila dal nucleo centrale ed il resto dalla prima fascia periferica (L’Aquila conta ben 60 frazioni-satellite, conurbate al centro storico che fungeva da magnete gestionale-amministrativo). Oltre alle antiche case del centro, ben ingabbiate con un notevole effetto scenografico, anche le case costruite dal 1970 in poi sono inagibili, tutte ‘stompagnate’, come ha detto il Sindaco Cialente in un dibattito cui ho assistito.
Ho camminato per l’unica strada riaperta nella zona rossa, lungo la quale ho contato almeno sei camionette dell’esercito. Sono stati riaperti quattro o cinque bar ed un paio di ristoranti. I ragazzi seduti ai tavolini parlano a voce troppo alta, quasi in un’isteria collettiva, come a irridere a quello stato di coprifuoco permanente, ad un intruppamento sociale inimmaginabile per nazioni civili. Ma alle sette e mezzo di sera se ne sono andati via pure loro. Ho camminato lentamente in religioso silenzio fino a tardi per questa unica via de L’Aquila, in cui sapienti scenografi avevano piazzato luci da set cinematografico. Il legno e le gabbie di metallo chiaro (mica i dalmine che ci hanno incupito per lustri qui in Irpinia) sotto la luce dei riflettori non sembrano le protesi esoscheletriche di una città altrimenti morta, in cui il silenzio amplifica pure il rumore dei respiri.
L’Amministrazione comunale, per organizzare l’anniversario dal sisma, ha pensato bene di tappezzare le griglie delle transenne con mega-poster delle macerie, ma soprattutto con le immagini della più vasta operazione di cinismo speculativo di tragedia mai organizzata al mondo: il G8. Il Sindaco, per quanto polemico contro la gestione governativa e di protezione civile, ha efficacemente interiorizzato le leggi della comunicazione mediale.
L’impatto di queste immagini con la mestizia delle poche persone che incredule camminano per questa zona rossa -- presidiata giorno e notte – è spiazzante: i sorrisi di circostanza dei leader mondiali, lo stagliarsi dei podii per le conferenze-stampa contro il profilo a corona dei monti abruzzesi, il media-village in stile Las Vegas, lo slogan “adotta un monumento”, le immagini di una ricorrenza religiosa tra le tende. Molti dei poster sono lacerati dalle folate di vento gelido (sui monti c’è neve) ed i lembi sbattono sulle grate con effetti ottici e sonori abbastanza lugubri.
Su di un’altra transenna sono stati annodati tanti fiocchi verdi, uno per ogni studente morto, e tanti fiocchi rosa, uno per ogni donna vittima.
E poi, un cartello, emblematico, in cui un muratore cerca lavoro, laddove doveva aprirsi ‘il più grande cantiere d’Europa’; il circolo filatelico pubblicizza un annullo speciale per l’anniversario; una ruspa ferma nell’atto di rovistare tra le macerie di una Basilica (una vera bestemmia archeologica); un ponteggio infilato in un affresco rovinato per sempre.
Gli Aquilani lo hanno capito per bene solo ora che sono stati presi oscenamente in giro. Ora che gli tocca di pagare le tasse, di continuare con il mutuo di una casa distrutta, di passare ore in auto per spostarsi. Ora che il Sindaco si sta dannando, con il suo eloquio fluido e le sue gesta provocatorie (le dimissioni), a raccontare che ci aveva creduto pure lui, che pure lui aveva ringraziato il salvatore in elicottero, l’uomo della provvidenza che aveva organizzato lo show e allestito la giusta scenografia da film per le foto con George Clooney e Obama. Gli Aquilani sono stati cinicamente usati e gettati via.
Una botta di vita solo nell’artificialità dei centri commerciali, quelli sì scintillanti e sberluccicanti. L’esistenza (non la vita) degli aquilani è dovunque irreggimentata e di tornare la sera in queste caserme chiamate C.A.S.E. (la gente usa il termine ‘piastre’ perché costruite su piattabande semisollevate di cemento) non c’è proprio la voglia.
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