(L'originale di questo reportage è stato pubblicato su L'Universale.it, nell'aprile del 2011, con il seguente titolo: "Terremoti, frane (e trame) finanziarie. Reportage da un convegno a L’Aquila per capire se le vicende irpine hanno insegnato qualcosa nella gestione degli eventi sismici italiani". Lo ripropongo per il quarto anniversario di una sconfitta italiana.)
“Doveva essere il più grande cantiere d’Europa”, ha detto Massimo Cialente, Sindaco de L’Aquila, in un recente dibattito (cui abbiamo assistito in trasferta a L’Aquila) che ha coinvolto rappresentanti da tutte le zone terremotate d’Italia: Friuli, Sicilia, Umbria e Irpinia.
“Invece – ha continuato – la disoccupazione è aumentata e la cassa integrazione è esplosa.”
Questi i dati: 7 milioni e 250 mila ore di CIG (incremento del 736,10%), aumento del 60% dei lavoratori inseriti nelle liste di mobilità per perdita di lavoro, disoccupazione pari al 9,4%. Metà delle ore di CIG è stata utilizzata nei settori del commercio e dei servizi, nel solo centro storico (cuore amministrativo e gestionale) sono state chiuse 1000 attività commerciali. (dati: Sindacati e Confindustria locali)
Già prima del terremoto, L’Aquila e la sua provincia non stavano bene, ora sono letteralmente in ginocchio. La mancata ricostruzione ha finora impedito che l’edilizia diventasse un fattore di sopravvivenza per un territorio economicamente disastrato.
Il decreto di affidamento delle attività post-terremoto al Commissariamento Comune-Regione non ha (ancora?) previsto la gestione diretta dei fondi da parte dei Commissari. Nessun cantiere, quindi, è stato ancora aperto a due anni dal sisma e i 9 miliardi e mezzo destinati alla ricostruzione – definita la più “economica” (tranne che per le C.A.S.E. berlusconiane) -- sono fermi alla Cassa Depositi e Prestiti.
Invano si è chiesta la deroga al patto di stabilità per la Regione Abruzzo e per gli enti locali del cratere, come pure il finanziamento dei contratti di programma già predisposti e quelli in via di definizione e la zona franca urbana con il necessario incremento dei fondi rispetto a quelli previsti, nonché l’utilizzo del 30% delle risorse già deliberate dal CIPE (4 miliardi di euro) da destinare al sostegno del tessuto economico preesistente sul territorio. Anche a L’Aquila va di moda la politica degli annunci, perché nessuno di questi strumenti è operativo e un imprenditore, seppur volenteroso (o coraggioso?), non godrebbe di alcun beneficio né sostegno.
Il Sindaco de L’Aquila ha svelato che alla mezzanotte del 5 aprile 2009 era stato finalmente completato il Piano Strategico Territoriale che riconfermava le vocazioni turistiche di montagna, la cura del polo universitario, il tessuto storico-culturale e l’industria high-tech. Ma a leggere un articolo di Giustino Parisse (giornalista aquilano) “L’Università è cresciuta nell’indifferenza generale, per quanto remunerativa per i privati che affittavano case e che ora hanno perso il reddito. Già prima del terremoto le sedi erano sparpagliate e tale logistica creava problemi serissimi per i trasporti e i servizi. L’ospedale ha visto perdere tutte le sue eccellenze ed ora si parla addirittura di chiuderlo. Il laboratorio di fisica nucleare sotto il Gran Sasso non ha mai avuto un colloquio vero con la città. Per non parlare del turismo: L’Aquila si trova al centro di tre Parchi importanti attrattori e non è mai riuscita a dare priorità ad infrastrutture e ricettività in grado di incanalare un flusso turistico costante, sia verso i luoghi di cultura che di culto.”
L’imprenditoria è ferma. “Le imprese locali non dispongono della struttura organizzativa e finanziaria adeguata a sostenere le dimensioni dell’emergenza e della ricostruzione, a meno di impiegare decenni, non uno, per dare risposte.”, scrive accorato Rinaldo Tordera, direttore generale della Carispaq (Gruppo BPER di Modena, lo stesso della ex Banca Popolare dell’Irpinia, ora Banca della Campania, quella che ha gestito totalmente i fondi della ricostruzione irpina), in un quaderno di testimonianze dal terremoto. L’azienda di credito aquilana (ultimamente in guai molto seri per lo scandalo di Lande, la cui finanziaria pariolina stile Maddoff, la EIM, aveva il conto nella filiale romana) è stata la prima a darsi da fare per aprire ‘fondi comuni d’investimento immobiliare con finalità etiche’ (sic) al fine di avviare una ricostruzione privata slegata dagli inesistenti aiuti statali, ma gli aquilani – la cui economia è disastrata peggio che il territorio – non vi accedono.
Certo che Tordera è un bel Giano! La Carispaq ha previsto linee di credito ‘etiche’ per i gonzi mentre ascosamente ha mosso milioni e milioni di euro fuori del controllo Consob -- cui sistematicamente ometteva le segnalazioni anti-riciclaggio -- diventando complice nella frode finanziaria di cui sono piene le cronache. Anche perché, oltre al silenzio complice dei vertici Carispaq nei confronti della Consob, è coinvolto anche un certo Torregiani, figura di rilievo di Carispaq, connesso a Verdini ed alla sua ‘cricca’ nel consorzio “Federico II” che doveva occuparsi della ricostruzione abruzzese. Insomma, malaffare multitasking e multisharing.
Per appigliarsi a qualcosa, è stato creato un “Comitato Attività Produttive per lo sviluppo e l’occupazione nell’area del sisma”, le cui proposte comprendono l’accelerazione per instaurare la zona franca urbana, il rifinanziamento della Tremonti-ter e la possibilità di concessioni gratuite delle garanzie sui finanziamenti alle PMI, oltre ad un regime agevolato di tassazione e contribuzione.
L’asse VI del POR FESR Abruzzo ha a disposizione 83 mln di euro, impegnati (non assegnati) per più della metà. Alberto Bazzucchi, ricercatore CRESA, ha recentemente denunciato che strategia e sviluppo si scontrano con “un vuoto nelle amministrazioni e nelle competenze locali, in cui si tuffano professionisti di monopolio nella consulenza dell’area ma anche esterni, usi a costruire sull’instabilità politica e sulla debolezza tecnica delle amministrazioni la propria indispensabilità”, si legge (sempre in un quaderno di testimonianze, la cui pubblicazione è stata possibile grazie al contributo della Carispaq. In altre parole, le vicende del dopo-sisma irpino non hanno insegnato nulla, né eviteranno altre sconcezze.
Più emblematico come esempio di miopia imprenditoriale quale fattore di decollo economico è ciò che racconta il rettore dell’Università aquilana, Ferdinando Di Orio in un articolo: “Sono 11 le aziende spin-off (aziende italiane nate su progetti innovativi ideati e studiati negli atenei) presenti in Abruzzo e tutte dovute ad iniziative specifiche dell’Università de L’Aquila, la quale assieme ad altri soggetti – enti locali, sindacati e Confindustria – intende promuovere il consorzio ‘Scienze Aquila Park a r.l.’allo scopo di sviluppare la vocazione scientifico-culturale della Città, quale primaria risorsa per la ripresa economica del territorio. Questo progetto trae origine dall’esigenza di favorire le sinergie con il tessuto imprenditoriale locale.”
Il polo high-tech di matrice statale, creato tra gli anni ’70 e ’80 (in odore di assistenzialismo) non ha saputo competere con l’imprenditoria di settore privata e si è sciolto come neve al sole. Per questo motivo, si deve provare con i laboratori pubblico-privati.
Il problema maggiore, però, sottolinea il rettore, è che occorre ricostruire in ogni senso l’Università aquilana per mantenere gli studenti, magari anche accorpando due dei quattro atenei abruzzesi, numero onestamente eccessivo per estensione territoriale e numero di abitanti.
Nessun terremoto d’Italia -- neanche quello del Friuli la cui ricostruzione manierata è portata a continuo esempio -- ha insegnato qualcosa alle classi dirigenti. La più vistosa delle differenze tra il dopo-terremoto del Friuli e tutti gli altri la troviamo nell’utilizzo dei fondi, lì utilizzati per la rinascita industriale del nord-est. In Irpinia, come si prospettava anche per L’Aquila, i fondi sono stati abusati per la ricostruzione privata. Anche a Napoli, dove sono state ricostruite le periferie.
Diceva Tolstoj – nell’incipit di “Anna Karenina” -- che ogni famiglia infelice lo è a suo modo. Vale lo stesso per i territori colpiti dal terremoto.
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