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#aspettandoilballottaggio

(Originale su Orticalab, al link in basso.)

Les jeux sont faits. Rien ne va plus. Parte la roulette del ballottaggio.

Non sono un’analista politica, tutt’altro. Non ne azzecco una e non vinco mai niente. Anzi, come dicono qui gli Ortichi, #nonvincomanconascopa.

Detto questo, le righe che seguono appartengono alla categoria della pura speculazione filosofica, in vista del ballottaggio. Il criterio? Mettendo a posto ritagli di giornale, si sono schizofrenicamente radunati (è stato il Caso? Il Caos?) sulla mia scrivania alcuni scritti di varia natura: le elezioni del sindaco a Los Angeles (Joel Stein sul TIME); Tom Wolfe, famoso reporter (Alessandro Gnocchi per Il Giornale) sull’Era dell’Io e la pagina wiki del Teorema dell’Impossibilità di Arrow.

Tutta ‘sta roba non si tiene assieme neanche se utilizzo il metodo ‘insalata russa’ o ‘pollo alla Marengo’.

Però, però, però…un po’ per gioco e un po’ per sfida ho trovato il filo rosso che li collega. Venite con me. Si parte da Arrow.

Kenneth Arrow (un Nobel per l’Economia) ha statuito che non esiste al mondo alcun metodo di votazione che preservi l’intero ventaglio delle scelte sociali e che la famosa Teoria dei Giochi (una specie di matrice tra convenienze ed interessi, detta un po’ banalmente) può comunque predire la maggior parte delle votazioni. (Per chi volesse avere dettagli e formule, rimando al web.) Davvero un brutto colpo per la Democrazia, intesa come sistema. M’immagino cosa potrebbero tirarne fuori tutti gli esclusi dai mancati apparentamenti per il prossimo ballottaggio, se fosse possibile ricorrere contro i risultati delle votazioni utilizzando le formule di Arrow.

Se fossimo giapponesi (leggo nello stupendo libro di logica di Lazlo Merò, Calcoli Morali, che prendo dallo scaffale a sostegno di Arrow) “varrebbe la pena di ‘giocare’ solo se le possibilità iniziali degli avversari fossero uguali, nel qual caso risulterà vincitore colui che si batte nel migliore dei modi.” (Accidenti, adesso capisco il senso di quel demenziale gioco su GXT che era Takeshi’s Castle.) Ma non siamo giapponesi e abbiamo valori diversi, circostanza – quest’ultima -- che cambia radicalmente il nostro gioco (leggi: elezione). Inoltre le possibilità dei nostri giocatori (i due ballottanti) non sono uguali: sono un chiasmo. Ovvero, essi detengono inversamente e rispettivamente più o meno voti delle loro compagini.

Fatte queste premesse, considerato che i giochi politici raramente sono ad informazione completa (che ne sappiamo di accordi informali?) e scartato il principio che non è la razionalità il principio-guida universale per le scelte, cerco di prefigurarmi quale potrebbe essere l’esito del ballottaggio.

Ho insegnato Teoria dei Giochi (e dei Sistemi) per anni, nelle organizzazioni di lavoro, ed ho imparato che alle persone sembra una sorta di liberatoria epifania la scoperta delle regole mediante le quali si prendono decisioni nella vita (in bene o in male): dal colore dell’auto al gusto del cono-gelato. Le regole di comportamento in una tenzone (anche elettorale), poi, tradotte dalle formule matematiche di Nash ed altri scienziati, risultano semplici, incredibilmente semplici.

Eccole:

  • la gentilezza (non avviare mai la competizione per primi);
  • l’indulgenza (non rispondere subito alla prima provocazione nello stesso modo dell’avversario);
  • la suscettibilità (un avversario competitivo induce la competitività in tutti gli altri giocatori; un avversario con fair-play induce la stessa reazione nei competitors);
  • la reattività (il comportamento di un giocatore provoca la reazione di ogni altro giocatore);
  • la trasparenza (essere/venire a conoscenza di queste cinque regole).

Dico subito che il comportamento di Foti e di Preziosi, finora, si è dimostrato formalmente corretto: hanno pubblicamente rispettato tutte le regole di cui sopra (forse per sopravvivenza) e sono da encomiare. Il problema è che entrambi, però, rappresentano rispettivamente circa un quarto degli elettori.

E qui, mi torna utile l’articolo sulle elezioni del sindaco di Los Angeles (i risultati delle elezioni angelene li trovate qui.

Eric Garcetti ha vinto con circa 182mila voti su di una popolazione totale di 3 milioni e 800mila abitanti, cioè è diventato il sindaco di Los Angeles essendo stato votato dal 4,8% degli abitanti! Ciò, a noi Europei, può sembrare bizzarro, tuttavia è segno di gran libertà: anche la libertà di disinteressarsi della politica. Il Sindaco di Los Angeles ha calcolato che fu eletto, per il precedente mandato, con il voto del solo 2,6% della popolazione angelena. Ancora, Garcetti ha affermato che se i cittadini di Los Angeles non si occupano di politica locale è perchè la politica locale funziona e non crea problemi alla gente. Poiché da noi la pensiamo esattamente al contrario, il tasso di astensionismo diventa un segnale pericoloso di disinteresse, specialmente al ballottaggio, al quale sono arrivati due competitors che sono espressione totale del solo 50% degli elettori. Decisamente, la Politica non interessa i cittadini avellinesi, i quali hanno confermato di utilizzare per lo più il criterio dell’amicizia o dell’interesse egoistico per scegliere i loro consiglieri, come si nota dalla parcellizzazione del voto e dalle contropartite per eventuali (ma non intervenuti) apparentamenti formali.

Magicamente, arriva anche il turno di Tom Wolfe, il quale scrisse negli Anni ’80 un saggio sull’egoismo, lamentando la “colossale perdita di senso nelle proporzioni tra collettività ed individualismo”. Come pure, “si è diffusa l’idea che ogni nostro desiderio coincida con un diritto civile, in attesa di essere riconosciuto” da qualche sindaco/consigliere/assessore, aggiungo io. Poiché noi tutti crediamo solo nel singolo, nell’Individuo, nel Veltro, nel leader che ci tirerà fuori dal pantano, le parole Collettività, Comunità e Condivisione sono ormai prive di senso. I voti sono diventati elenchi d’interessi molto lunghi e molto parcellizzati, tipo il catalogo di Amazon.

Allora chi vince? In un sistema ad informazione incompleta, vincerebbe la compagine che adotterà la cooperazione sottobanco più larga possibile, perché il vantaggio della vincita verrà distribuito su più persone. In un sistema totalmente trasparente (cioè senza accordi sottobanco), vincerebbe la compagine che raccoglie la maggior parte degli interessi specifici e ben determinati, sulla compagine che invece si rivolge alla più generica collettività, entità sempre più evanescente ai nostri giorni, parlando globalmente di diritti e di cambiamento.

Chissà se i nostri due competitors avranno capito l’antifona.

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#aspettandoilballottaggio
Tag(s) : #amministrative 2013, #Avellino
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