(Originale pubblicato in data 3 maggio 2010 su Ottopagine. Ripropongo le bellissime foto di Mario Guerriero, per chi non le avesse ammirate domenica scorsa.)
Appena a 200 metri in linea d’aria scorgo una pista di go-kart. “É una pista di Kyosho” – mi correggono. Sono micro auto telecomandate. È una pista privata, ovviamente nota agli amatori, inserita addirittura nel Campionato Nazionale della specialità. “Forse neanche tutti i caprigliesi sanno che esiste.”, sottolineano ridendo alcuni ragazzi. Il problema è la mancata partecipazione alla vita della comunità, anche sotto il profilo dell’intrapresa: ognuno è come se fosse chiuso in una sorta di bozzolo (o nelle fitte siepi dietro le recinzioni delle villette) con l’illusione dell’autosufficienza, oltre non si vuole sapere.
Questa non è una caratteristica precipua di Capriglia, anzi, è presente in tutto il meridione italiano e – più in generale - nell’area mediterranea, come già circa 40 anni fa ci raccontò il sociologo Banfield, studiando alcune comunità lucane.
Ci sarebbe una tendenza, secondo Banfield, per la quale gli individui delle comunità mediterranee obbediscono alla seguente regola di condotta: massimizzare unicamente i vantaggi materiali e immediati della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo.
Enfatizzando il concetto antropologico, si arriva alla genesi del fortissimo autonomismo locale (detto anche “campanilismo”) che permea il nostro tessuto socio-politico, il quale impedisce le economie di scala, le associazioni comunali, i consorzi, il cooperativismo, e, dunque, la possibilità di quello sviluppo oggigiorno indispensabile alla sopravvivenza della cittadinanza.
Mi voglio scusare con i cittadini di Capriglia se ho aperto questa parentesi socio-antropologica piuttosto pessimista durante la descrizione del loro paesino, ma la digressione non è riferita a loro, o meglio è riferita a tutti noi meridionali.
Passeggio per il Comune con un giovane e passionale amico - Mario 10 esami alla laurea ed una conoscenza ‘spudorata’ del suo paesino - e noto che ci sono molti cantieri ancora aperti. La ricostruzione non è completa, sono finiti i fondi e si aspetta che ne arrivino altri (dice la Consigliera Macchia). Inoltre molte ricostruzioni sono state effettuate fuori sito e nel paese sopravvivono i ruderi. Compreso quello più famoso: il Castello dei Carafa, di proprietà privata. Sul sito web leggo che si presenta “sconcio e malandato”. In effetti, è un mastodonte antracite spoglio e ferito. Pare che se ne voglia fare un ristorante-albergo. L’idea non è male. I Caprigliesi sono certi che vi nacque il famosissimo e controverso Papa Paolo IV Carafa, anche se il Comune di Sant’Angelo a Scala ha “scippato” questi illustri natali.
Più giù c’è la Chiesa di Sant’Antonio, la cui facciata è dipinta a “cassoni” rosso pompeiano. Mi rifaccio il giro di Marzano e risalgo per incontrare Roberto e Gaetano, gemelli ventottenni. Sono simpatici ed atletici, giocano nei Falchi Rossi di San Tommaso, qui ad Avellino: un libero ed un trequartista.
Lavoravano a Milano, ma hanno resistito pochi mesi: “A Milano sei un numero, qui sei un nome.” Con tantissimo coraggio hanno (ri)aperto una bottega - un minimarket a ridosso della Casa Municipale - l’unica del centro. Per ora le cose vanno benino, anche perché se ne sentiva la necessità. Specialmente gli anziani non sempre riescono a ‘scendere’ a Marzano per le compere e risalire con le sporte. Fanno anche il servizio di consegna a domicilio. Si sentono più operatori sociali che commercianti.
Mi raccontano che però a Capriglia non c’è molto, anzi quasi niente: nessun centro di aggregazione, nessun programma estivo, nulla per i bambini. Neanche gli emigranti tornano più d’estate.
La scuola media è stata chiusa per carenza di iscritti, rimangono le elementari e l’asilo delle suore.
Tutti si lamentano della mancanza di un campo sportivo: ce n’è uno in costruzione da 30 anni. I ragazzi del paese devono escogitarsi di tutto per tirare quattro calci ad un pallone. È difficile inventarsi qualche cosa da fare per riempire il tempo dell’amicizia o del semplice stare assieme: mancano le strutture ed i luoghi fisici per aggregarsi.
La Consigliera mi elenca qualche evento organizzato: Il Castello Incantato, dei corsi di ballo, uno sportello informativo per i ragazzi, con annessa sezione dedicata all’Università del Sannio: “Ma per ogni progetto ci vogliono fondi e finanziamenti spesso difficili da recuperare”. I ragazzi mi danno una cifra: di ventitré ragazzi nati nel 1988, solo sei risultano iscritti all’Università. C’è un progetto per il recupero dell’antica fontana di San Felice, che da secoli non è mai avara di acqua, anche se dal terremoto ne sarebbe interdetta la potabilità (previe analisi), almeno ufficialmente.
Alla mia domanda su cosa si potrebbe fare per cambiare un po’ la direzione alla tristezza, alcuni paesani mi dicono che, per esempio, si potrebbero ricostruire le case del centro, così si ripopolerebbe e le attività commerciali potrebbero riaprire. Però, le assegnazioni di alloggi popolari per gli abitanti di Capriglia sono state fatte a Summonte o Altavilla, mi raccontano a conferma. Negli ultimi anni, l’anagrafe comunale ha perso una ventina di fuochi famigliari. Il Piano Regolatore è ancora fermo, anche se si spera di approvarlo prossimamente.
Venti anni fa c’erano diverse attività commerciali, ora il minimarket di Roberto e Salvatore è addirittura un “coup de vie” per il piccolo centro.





