Molti paesi e paesini irpini vivono una lenta decadenza. Molto è dovuto alle carenze di risorse economiche cui fa da corollario la fuga dei giovani verso aree metropolitane e settentrionali per avere la speranza di un qualunque futuro, che in Irpinia (ma in tutto il Sud) manca. I giovani vanno via già da universitari, preferendo sedi fuori Regione.
I paesi muoiono perché non c’è un progetto più globale verso quale far confluire idee, risorse, motivazioni, impegni (POR e succedanei paradossalmente hanno contrapposto aree e finalità, in una guerriglia continua per il deflusso dei finanziamenti, portando alla quasi paralisi degli stanziamenti effettivi). Ogni autonomia amministrativa è abituata a considerarsi l’ombelico di sé stessa restringendo gli orizzonti. Ho sentito spesso Amministratori sull’orlo della disperazione invocare una guida centrale che ‘imponesse’ il da farsi. Ovviamente, tutto ciò è in netto contrasto con le spinte di autonomia e di federalismo impresse (e condivise) a livello nazionale.
Non c’è molto in cui sperare per lo sviluppo del meridione. Tutt’al più ci si augura una qualche forma di sussidio aggiuntivo per gestire al meglio un ordinario di mantenimento, fin tanto che l’invecchiamento delle popolazione non sarà tale da trasformarci in ospizi. Una strada potrebbe essere rappresentata dall’unione e dall’associazione di comuni, che è altro dalle reti temporanee o dalle sinergie di scopo.
Se per gioco volessi disegnare tutte le reti, le associazioni, i consorzi e/o le sinergie in cui i nostri comuni irpini sono inseriti (spesso infruttuosamente), la cartina sarebbe coperta da una coltre scura.
E la musica? Cosa può fare la musica per Gesualdo? Lello racconta del suo progetto inerente la musicoterapia. Mentre parla mi chiedo se la musicoterapia possa mai diventare una richiesta così imponente da giustificare la creazione un polo di studi e ricerca proprio qui. Invece, io vorrei ribaltare la domanda: cosa può fare Gesualdo per la musica? Carlo Gesualdo era un madrigalista, un cosiddetto ‘polifonico’. Diciamo che sarebbe quasi meglio attivare un centro studi su questo aspetto della musica, per esempio. Cercare di invitare i madrigalisti esistenti (gli esecutori e gli interpreti, cioè) o gli studiosi di questo genere letterario-musicale ad un tempo.
Provare a riunire un’orchestra temporanea che si esibisca a Gesualdo, magari d’estate. Istituire dei corsi di specializzazione, analoghi a quelli che annualmente si tengono a Santo Stefano del Sole su una branca della matematica piuttosto complicata e iper-specializzata: il calcolo differenziale di equazioni etc etc.
Provare a inserirsi nel campo della didattica musicale (tipo Abreu), per esempio.
Leggo che Carlo Gesualdo era, al fin, un uomo piuttosto crepuscolare e triste, nonostante si sforzasse di recuperare nel suo Castello l’atmosfera più gaia e moderna che aveva condiviso a Ferrara (città natale della sua seconda moglie). Veniva dipinto dai Ferraresi come un tipo spagnoleggiante nei modi, piuttosto enfatico e con arie da primadonna, indolente come lo sono i meridionali. Accidenti – rifletto – già allora c’era il pregiudizio nordista.
Attendendo la fine dei contributi comunitari (2013) pare che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, citando Ungaretti.
Tornando a casa, mi accorgo che il foliage è tutto impiastricciato sulle strade: neanche la possibilità di godersi i colori dell’autunno perchè la brutta pioggia degli scorsi giorni ha rovinato anche questa piccola felicità.
Tornerò a Gesualdo per chiacchierare ancora con Carmine, Eugenio, Gianni e forse anche Lello.