Venerdì sera, Maurizio Crozza ci ha scherzato su: “Tsipras, chiii?”
Un faccione di Tsipras campeggiava in primo piano davanti a quelli di Grillo, Berlusconi, Renzi, Salvini e Meloni. Crozza voleva solo sottolineare che, nonostante la campagna elettorale, Tsipras era un perfetto sconosciuto ai più. O magari, che alla fin fine, al di là dei soliti e propagandistici scontri tra titani (insomma…) della nostra politica, delle europee a noi Italiani non ce ne può calar di meno. In effetti.
Sabato sera, invece, SkyTG24 ha mandato un’intervista ad Alexis Tsipras, in cui l’intervistatrice ha esordito: “Tsipras, Lei sa che è molto famoso in Italia?”
Mmh.
Il luogo comune vorrebbe Tsipras aderente al movimento trasversale dei “No Euro”, così il resto delle domande dell’intervista ha girotondato solo attorno a questo aspetto. Ma – dico io – che senso ha martellare Tsipras se abbiamo un fondamentalista anti-Euro come Grillo? No, fatemi capire, ci sta bene il Grillo (e anche la Lega, ed anche parti del berlusconismo) anti-europeista, ma Tsipras no? Alla fine, il povero Alexis ha passato i 10 minuti dell’intervista a condire in tutte le salse che lui non era anti-Europa, bensì più-Europa. Il fatto vero è che i supporter di Tsipras temono l’effetto ‘estremista’, che colpisce ancora la sinistra-sinistra di questo Paese, così l’edulcorano. Senza riflettere che, invece, gli estremismi tirano, ed anche assai. Anche se non sempre hanno il bel volto sereno e sicuro di Camila Vallejo, comunista cilena di successo, o la acuta mente economica di Thomas Piketty, il nuovo Marx. (Ne scrissi, tempo fa.)
Con i problemi che abbiamo (economia a pezzi, sbarchi di profughi che necessitano cure ed accoglienza) funziona più il messaggio secco di Alfano (“L’Europa ci ha lasciati soli”) che le rassicurazioni di Tsipras. No, non è un articolo su Tsipras, tranquilli. (Ne ho già scritto qualche tempo fa e non ho cambiato idea.)
Ho letto certe previsioni su «L’Espresso» del 22 maggio. A parte il fatto che Tsipras e Meloni non sono proprio nel numero, lo scontro è tra Renzi e Grillo. Il primo vincente su tre aree Nielsen su quattro, mentre il secondo (erodendo a ForzaItalia e collaterali) vincerebbe nel Sud e nelle Isole. In altre parole, Berlusconi perderebbe in tutte le quattro aree Nielsen. E ciò è un fatto.
Effettivamente – come ha detto il Patonza a manovella (il copyright è mio) – “È tutta questione di comunicazione”. Così, Renzi si sbatte, anzi, se la sbatte (nel senso che se la tira come Angelina Jolie ai tempi di Lara Croft. E pensare che Renzi non ci ha neanche le tette. Mah.) lungo la Penisola, entra in tutti i selfie possibili e – fighetto com’è – si fa filmare sul tapis-roulant (e non uno baubau-miciomicio, bensì la Ferrari dei tapis-roulant) perchè Lucia Annunziata aveva commentato sulla sua (di lui) linea imbolsita.
L’arzillo operatore sociale di Cesano Boscone, invece, le spara sempre più grosse, perché lui è fatto così. «Mille euro di pensione a tutti» e «Niente tasse sulla prima casa» sono refrain già uditi. La novità è rappresentata dal blandire le casalinghe. I media hanno sbandierato “Mille euro alle casalinghe”, ma attenzione, Berlusconi ha detto “Alle casalinghe pensionate, il cui lavoro non è mai abbastanza riconosciuto.” Gli Italiani non hanno fatto in tempo a ricordare – per il principio di Brassens, secondo il quale ‘passa più informazione, ma meno conoscenza’ – che le casalinghe italiane già ricevono una pensione sociale, se poco abbienti e ultra sessantacinquenni. Insomma, alla fine non c’è lo scoop. Anche perché, se fosse vero che le casalinghe potessero percepire uno stipendio (visto che contribuiscono notevolmente al PIL, pur non venendo incluse), l’Italia andrebbe in default (anzi in melting down, come le catastrofi nucleari) già solo all’annuncio. (Anche io lascerei d’amblèe il mio lavoro, ve lo confesso.) Non siamo capaci di dare un reddito di cittadinanza (Grillo spara mille euro, ma ne abbiamo già parlato) ai nuclei famigliari e vorremmo pagare le casalinghe? Sì, ma la comunicazione è importante. Giusto. Anche se è farlocca. Anzi, meglio se è farlocca.
Frulla un mix di rabbia e comunicazione tale che al Sud (dove stiamo peggio, 42% di disoccupazione giovanile) Grillo spopola in gradimento (Grillo lui-medesimo-in-persona, non i grillici, che s’impegolano/s’impaperano in gaffes e balbettamenti). Il timore è così forte che ora l’ex Cavaliere ha cambiato nemico, non più i comunisti, bensì i pentastellari. Se, un tempo non tanto lontano, chi votava a sinistra era un “coglione”, ora chi vota M5S è un “disperato” o un “furioso”. A Berlusconi, ovviamente, non conviene ricordare che moltissima parte dell’incazzatura italica ha origine e si è consolidata nel trascorso ventennio. Brassens ha colpito ancora.
I sondaggi. Renzi disse – spavaldo – che non voleva gente attaccata ai sondaggi, eppure se lo sente addosso, Grillo. Affiancate la candidatura debolissima di pinapicierno (non è irrispettoso da parte mia scriverlo come un hashtag: è solo il mio artistico modo per indicare una mediocrità senza fondo) con i conseguenti scazzi di Michele Emiliano ed ecco un fallimento pressoché assicurato. Io sono per le quote rosa, e lo sapete bene, perché non c’è altro modo per cambiare il fare. Tuttavia, esiste anche una terza categoria di persone: quelle in gamba.
Categorie appestate. Parlavo un paio di giorni fa con un mio amico rispetto all’annunciata riforma (leggi: distruzione) della pubblica amministrazione. Pare che qualche sigla sindacale stia organizzando (almeno in Città per il 23 maggio) una sorta di convention per capire di che morte morirà la struttura amministrativa italiana. Mi ha chiesto cosa ne pensassi e se avessi una mezza intenzione di partecipare all’assemblea. Gli ho risposto con franchezza, cioè con molto pessimismo: non serve a nulla. Mobilitazioni e stati di agitazione non sortiranno alcun effetto, perché i dipendenti pubblici stanno diminuendo e perché non rappresentano più una categoria appetibile, elettoralmente considerata. I trend-setter (Renzi e Grillo) vorrebbero eliminarli e se i lavoratori pubblici votassero in massa a destra per protesta, non risolleverebbero la decadenza di quell’area politica. Anche gli attacchi renziani alla CGIL vanno in questa direzione: lasciare soli i lavoratori, in balìa di un JobsAct squallido e spezzare in malo modo la ‘cinghia di trasmissione’ tra piddì e CGIL.
Ad annusare l’aria, in effetti, le elezioni europee non interessano granché. La figura del parlamentare europeo è svilita sul tizio o la tizia che vuole garantirsi un appannaggio cospicuo e comodo lavorando poco, foss’anche anche in quella piovosa e grigia Bruxelles (dove, però, la birra è buona, però). E in questi tempi da lupi, nessuno vuole garantire a nessun altro tutti questi privilegi.
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