Cibo e felicità. O meglio ’cibo è felicità’.
Vi avrei già abbondantemente tarlato le meningi con le mie fisse sullo jogurt (al caffè o agli agrumi, sono il top per me), sul gelato gusto fondella, sul podolico impiccato,sulla Torta Maria a Lecce, sul pesce di San Benedetto del Tronto, nonché sulle lezeppole della Signora Antonietta da Luogosano.
Ognuno ha il cibo ’felice’ che gli aggrada. Suppongo che ci sarà sempre qualcuno al mondo che troverà il Nirvana nei (o con) crauti (che personalmente non amo) o con i cetrioli (per me idem come i crauti).
Il cibo ha molto a che fare con la felicità. Sfamarsi è al primo gradino nella scala delle motivazioni di Maslow. Poi, viene tutto il resto, fino all’Illuminazione. Ma tutto comincia sfamandoci. Non è che aspettiamo l’estate per ingozzarci o andare alla scoperta di prelibatezze, tuttavia è d’estate che fioriscono le sagre (vi risulta o non che l’Irpinia è terra di sagre?). È soprattutto quest’estate che assistiamo ad un’effervescenza di nuove proposte gastronomiche, specialmente in Città. Insomma, potrebbe essere una felicità a portata di mano, specialmente per me, che vivo nel Centro Storico.
Se riuscissi a non fare caso all’obbrobrio di Piazza Castello (ma ci vivo sopra, purtroppo), potrei ritenermi una fortunata, perché al Centro Storico è davvero un fiorire di locali e novità, gastronomicamente parlando (e non solo).
Poiché non sono brava in cucina (salvo due o tre cosette, ma giusto giusto per sopravvivere), e la sera arrivo troppo stanca per immaginare di mettermi a preparare (il massimo è aprire un barattolino di jogurt), con due passi vado frequentemente ad acquistare qualcosa di pronto per cena (no, niente soliti supplì&crocchè). Se ho ancora un briciolo di forza, dopo cena non rinuncio alla passeggiata al Parco Santo Spirito: ancora non riesco a credere di avere un posto con alberi e senza auto, dove ci sono ragazzi e bambini che giocano, c’è musica e sa di estate. Pare un miracolo, e per quanto mi riguarda è anche questa felicità. Lo è talmente da riconoscerla nonostante sia ritrovabile quotidianamente a due passi da casa; lo è soprattutto perché temo di perderla se per un caso chiudessero di nuovo il Parco. Siamo ad Avellino e tutto è (più) suscettibile di decadenza.
Torniamo all’argomento di oggi. Il cibo ha un ruolo sociale, culturale, estetico nonché terapeutico: è assodato che il cibo è un antidepressivo. Quando si apre il frigo, spesso non si cerca qualcosa da mangiare, bensì una risposta esistenziale. Per la sua importanza psicologica, oltre che di sostentamento, è importante badare a ciò che si mangia, per via di alcuni effetti collaterali del cibo. Sarebbe bello se potessimo cibarsi solo di cioccolata, la quale tira su l’umore.
Se imparassimo ad alimentarci con criterio avremmo risolto molti problemi di salute, oltre ad ottimizzare i consumi. Periodicamente, scienziati e ricercatori ci cambiano alcune convinzioni radicate, tipo, l’ultima — letta sul «Time» — che il burro non fa più male di tutti gli alimenti che la moderna nutrizione ci ha consigliato negli ultimi decenni come alternative più sane e salutari. Insomma, c’è abbastanza confusione. Tutti questi ordini&contrordini mi fanno venire i sensi di colpa quando mangio quell’unico gelato del mese, per esempio. O bevo un bicchiere di birra per due giorni consecutivi. Magari non mi fa male, ma mi autoconvinco del contrario e finisce che sto male per davvero.
"Mangiar bene è la base del benessere", titola un boxino de «L’Espresso» (del 22/5/2014) recensendo l’ultimo libro di Carlo Petrini e Luìs Sepùlveda "Un’idea di felicità", in cui si parla — guarda un po’ — di gastronomia come ingrediente per la felicità. Mangiar bene (in maniera salutare per tutti) fa parte dei diritti emergenti del Terzo Millennio. Ci hanno progettato pure un Expo (sarebbe quello dell’anno prossimo a Milano, coinvolto negli scandali tangentizi) a tema.
Molti sono i trucchi per cambiare senso all’alimentazione, tipo trasformarli in spettacolo (Masterchef e simili, canali tematici) anche perché vedere molto cibo attiva il senso di sazietà, come se li avessimo mangiati per davvero. In effetti, le trasmissioni culinarie rendono, se non felici, almeno di buon umore. Anche la colazione, per esempio, mette di buon umore. Su un periodico (diverso tempo fa) lessi: "E se la vita fosse tutta un’infinita prima colazione, con lo sguardo rivolto ai sogni e non alla realtà incombente?" La prima colazione è una promessa. Molto probabilmente non sarà mantenuta, ma è bello sognare che possa essere così: assomiglia molto alla felicità.
Pur essendo il cibo un ingrediente della e per la felicità, siamo costretti dalle contingenze alla sobrietà. Alcuni giorni fa al «TG1Economia» hanno detto che i consumi degli Italiani sono di nuovo calati. Anche quelli per l’alimentazione. Gli Italiani acquistano meno carne e ricorrono sempre di più agli hard discount. I supermercati hanno organizzato banchi appositi per i cibi in scadenza a prezzo ribassato.
Insomma, il cibo sta trasformandosi in penitenza. Oddio, la morigeratezza alimentare non fa male. Anzi, si è scoperto che qualche giorno di digiuno mensilmente allunga la vita. Per via della sobrietà vanno forti anche i ricettari dei conventi: cibi semplici e poveri. Ci sono anche dei conventi che organizzano degustazioni di menu ’dei pellegrini’.
Sì sì, morigeratezza, digiuno, semplicità, cibi naturali ’Michelle-style’ (la First Lady, moglie di Obama, moschettiera contro junk food e obesità infantile)… sono d’accordo, ma queste opzioni — stranamente — hanno molto a che fare con uno stile di vita tranquillo, che induca alla ponderazione e consenta opportunità e scelte. Tutte circostanze interdette a moltissimi italiani a causa del lunghissimo periodo di crisi economica.
Per mangiare (bene) occorre un lavoro almeno decente. Ma di lavoro e felicità, parleremo la prossima puntata. Stay tuned.
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