Gli esami di Stato non portano felicità. Anche dopo anni -- pur riconsiderando la faccenda con molto senno di poi -- psicologicamente rappresentano uno dei momenti più traumatici per la nostra gioventù. Moltissimi, a distanza di anni, rivivono incubi durante il sonno, nonostante si fossero diplomati con il massimo dei voti. L'Esame di Stato assurge a simbolo freudiano dell'Autorità giudicante, ovvero dell'insicurezza personale.
La nostra cultura italica ha edificato una sorta di epica dell'Esame di Stato. Con canzoni (Venditti, Bennato) e film -- e ci metto pure "Immaturi" e sequel -- assieme ai riti apotropaici e agli articoli sui quotidiani, si alimenta il mito, rievocando, per chi adolescente non lo è più, un tempo mistico e felice, nella sua iconografia falò&chitarre&zaini&carta-interrail. L'Esame di Stato è un'iniziazione, un rito di passaggio, anche se -- è appurato -- l'adolescenza non termina lasciandosi alle spalle il portone del liceo.
La fine dell'anno scolastico in genere è adduttrice di felicità. Non tantissima per i genitori che si trovano a gestire la guadagnata libertà della prole in situazioni organizzative sfavorevoli. Non ci sono abbastanza nonni in campagna da ospitare i nipoti e quand'anche ci fossero ed i nipoti accettassero di trasferirsi, c'è sempre il maledetto digital divide che priva dei ragazzi di un elemento imprescindibile del loro status giovanile: il web. (Ma ne riparliamo fra qualche puntata.)
Ho letto che la Ministro Giannini vorrebbe proporre l'apertura estiva delle scuole, con finalità ludico e ricreative, e ciò sarebbe un bel sollievo per i genitori. Molte nazioni sono organizzate così. Una rivoluzione simile, nonostante la premessa ludica e ricreativa, nel Bel Paese del sole e del mare non arrecherebbe felicità ai ragazzi, ne sono convinta. Non tanto per il sole ed il mare non sempre raggiungibili (in tempi di crisi basta anche la piscina comunale), quanto per l'infelicità che le nostre scuole italiane arrecano già di loro. Non sono una detrattrice della scuola pubblica italiana, anzi. Amo molto la Scuola come sistema e microcosmo antropologico, tanto da aver partecipato a ben due concorsi per insegnarvi. Suppongo che la scuola sia -- dopo Orticalab -- il mio posto di lavoro ideale. Il mio sentimento nei confronti delle aule non è, tuttavia, condiviso dai ragazzi, compreso mio figlio, un tipo che all'Esame di Stato ci arrivò con la chitarra, spavaldo il giusto per superare eventuale sfiga e ansiosi luoghi comuni. In fondo, lui voleva solo finire il liceo. Punto.
Se fossimo in Finlandia, però, i ragazzi sarebbero molto più ben disposti verso le istituzioni scolastiche. In altre parole, non si sentirebbero infelici. Mi sono dedicata spesso alla Finlandia dal punto di vista scolastico, anche perché la loro didattica permette loro anche -- volendo -- di tenere lezioni all'aria aperta, magari studiare la geometria nei boschi. In Finlandia le scuole sono molto diverse, a cominciare dai banchi nelle aule, che sono pentagonali, per permettere assemblaggi mutevoli a seconda delle aggregazioni funzionali o spontanee. Ah, il pentagono... mi sovviene la Regola Aurea pitagorica.
Tutto il sistema didattico è organizzato in modo da offrire quanta più meditazione e sedimentazione dell'istruzione impartita. Anche le verifiche sono cadenzate e ripetute affinché nessuno sia lasciato indietro, nessuno venga bocciato. La scuola è considerata una casa, con i suoi angoli, i suoi 'posti dell'anima'. Sfido io a non sentirsi almeno sereni in un posto simile. Mi ricordo di una scuola superiore del nostro hinterland: all'entrata e all'uscita degli studenti era sempre presente una volante della Polizia. In un'altra scuola della cintura partenopea, l'intonaco delle pareti, compreso quello dei pilastri era stato completamente scalzato, in anni di noia.
No, decisamente, molte scuole italiane non rendono felici. Non gli studenti, tantomeno gli insegnanti.
Deve essere stato per questo che una simpatica ed intelligente insegnante di Roma ha redatto una lista dei compiti delle vacanze estive, che impazza sul web in questi giorni.
Ci sono prescrizioni quali: fare almeno una capriola al giorno; assaggiare tutti i gusti del gelato; inventare parolacce nuove ed altre piacevoli attività. Diciamoci la verità: tutti noi abbiamo cordialmente odiato i compiti delle vacanze, una penitenza pluriennale. Neanche ci salvavamo negli stacchi tra una tipo di scuola ed un altro: c'era comunque sempre una lista di libri formativi da leggere. Che palle!
E che croce per i genitori, quell'impegnarsi a fare il tarlo quotidiano ai figli affinché prendano in mano libri ed eserciziari. Indubbiamente, nella maggior parte dei casi si risolve copiando i compiti (specialmente le traduzioni dal latino e dal greco) dai compagni secchioni o dal web, ristrutturandosi nell'ultima settimana un po' la coscienza pronti ad un altro anno di infelicità tra i banchi -- non pentagonali -- delle patrie scuole. La vicenda della rivoluzionaria lista dei compiti colpisce, in quanto notoriamente noi Italici siamo un popolo quaresimale dedans. Mi spiego: a noi il cattolicesimo impasta i mitocondri, pencoliamo verso le penitenze, le sofferenze inutili, come i compiti per le vacanze. Siamo intimamente come il Savonarola nel film di Troisi&Benigni: stiamo sempre a ricordare al nostro prossimo che deve morire, o quanto meno che non deve essere felice. Per questo ci intestardiamo sui compiti per le vacanze.
Antonello Venditti (uno dei cantori della scuola, "Compagno di scuola", "Notte prima degli esami", "Giulio Cesare") scrisse un libro dal titolo "L'importante è che tu sia infelice", che era la frase ricorrente della madre, una docente. Vedete? Attraverso Venditti, siamo tornati all'esame di stato e alla sua pervasività nella nostra cultura pop.
Personalmente, non ero affatto felice durante il mio liceo. Per motivi vari non ho avuto un'adolescenza falò-zaino-interrail e ciò mi è mancato così tanto che -- vivaddio -- mi sento ancora in pieno diritto di recupero, ancorché attempata genitrice di un tardo adolescente. Come fresca di esame di stato (proprio alcuni giorni fa mi sono impegolata nell'elaborato su Quasimodo, qui http://www.orticalab.it/La-vita-la-morte-la-Sicilia), riesco ancora a tradurre dal latino e dal greco, parlo inglese e sono sempre pronta per qualunque viaggio, strimpello la chitarra (molto country), amo le infradito brasileire, la montatura dei miei occhiali è attualmente rosso coccinella e con mio figlio condivido la proprietà di una fantastica t-shirt dei nerdoni di The Big Bang Theory (vedi foto), l'unica serie tivvù che vediamo assieme con immenso piacere.
Questa, attualmente, è la mia felicità. (Se, però, ci fosse anche un kilo di jogurt stracciatella...)
Prossimamente, ancora sui giovani e sulle forme della loro (in)felicità.