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More uxorio

Come già sapete grazie al mio martellamento continuo in merito, io avrei scritto un saggio sulle relazioni affettive nel Terzo Millennio (dettagli qui). Si tratta di un divertente e-book (non riapriamo la piaga delle case editrici) in cui analizzo ironicamente lo stato dei rapporti di coppia, nel post-modernismo attuale.

Contiene abbondante critica alle convenzioni sociali, ma anche più di un amaro spunto di riflessione sull’individualismo che ha lacerato la possibilità di una serena e lunga vita in due.

Uno degli effetti dell’individualismo è il calo drastico di matrimoni, a favore di ogni altra forma di relazione: convivenze, convivenze part-time, camere da letto separate, best-friends, de-marriage.

Sciogliere un matrimonio – per la maggior parte dei casi — è difficile, costoso e lacerante e l’entusiasmo di un matrimonio (la cerimonia, l’eroismo e/o la poesia dell’eternità in due) conduce a sottovalutare la guerriglia del quotidiano, roba che lacera ogni buona intenzione, a meno che … ma leggetevi il libro, ecco.

Oggi, però, vorrei parlare di convivenze, l’alternativa meno costosa nonché reversibile al contratto matrimoniale. Su di un settimanale femminile (ma di quelli che provano a non sembrarlo. Provano) di qualche giorno fa ho letto una sorta di avviso ai naviganti su come iniziare una convivenza di successo.

Il testo, scritto da una donna, è destinato a lettrici, quindi il tutto ha un punto di prospettiva piuttosto univoco. Il fatto è che nonostante le esortazioni (alle donne) di cercare/mantenere l’indipendenza economica e gli spazi fisici e sociali, di evitare la routine e di insistere sulla divisione dei compiti, il tutto parte dalla perpetuazione di un luogo comune che proprio non mi scende: c’è scritto che tutte le donne credono al mito dei ’due cuori e una capanna’.

Ma il peggio — secondo me — si trova nelle conclusioni, quando invita al ’vivi e lascia vivere’. Tradotto: se non vuoi che ti lasci, abbozza, esattamente come in un matrimonio.

No, no e no! Poi uno non si deve incazzare, vero? Una vagonata di pre-giudizi/luoghi-comuni/stereotipi da perpetuare, eh?

La capanna non si pulisce da sola e se anche all’inizio siamo state tutte entusiaste di convivere — che è ormai lo stesso di un matrimonio — i problemi rimangono gli stessi di un matrimonio, a cominciare dalle finanze, finendo ai sacchetti della differenziata da portare giù, passando per il solito dentifricio senza tappo, il rotolo di carta igienica finito, i calzini spaiati ed introvabili, il chi-fa-la-spesa-e-quando, chi-svuota-la-lavastoviglie-e-quando, chi stende/raccoglie il bucato, la-casa-è-tua-e-la manutenzione-tocca-a-te.

La cosa forte dell’articolo è che – ma guarda un po’! – sottolinea l’assoluta parità delle responsabilità (bollette, guasti degli elettrodomestici, ciclo completo di lavanderia e stireria, pulizia… una lista veramente lunga) in una convivenza, laddove nel matrimonio a tutto ciò si ovvia grazie ad una sorta di contratto sbilanciato. Pare suggerire agli uomini "sposatevi così non dovrete sottomettervi ai turni di lavaggio del bagno."

Una mia spiritosa amica ha postato su fèisbuk uno di quei celebri motti inglesi: "Keep calm ’coz he put a ring on it" ("Tranquilla, perché lui ci ha messo un anello sopra.")

Pare di capire tra le righe che grazie ad un paio di anelli scambiati si può abbozzare molto sulla parità dei doveri (come se il codice civile non lo avesse da tempo stabilito! Ma siamo in Italia), mentre dove non ci sono anelli dovrebbe vigere un contratto paritario. Dovrebbe.

Almeno in teoria, alle donne che lavorano starebbe meglio una convivenza: la parità fattuale sembrerebbe più alla portata. Il rischio, tuttavia, è il cosiddetto ‘more uxorio’: vivere come se si fosse sposati, ma senza vincolo legale. Il more uxorio ricomprende anche lo sbilanciamento delle responsabilità domestiche, di nuovo in capo alla donna e talvolta non solo quelle, ma anche quelle economiche. L’economia di scala è una gran cosa, ma si tende a sottovalutare l’apporto delle finanze e del PIL sommerso ad opera delle donne conviventi.

Ci sono coppie (conviventi ed anche sposate) che creano conti bancari appositi per far confluire paritariamente le quote di partecipazione alle spese di casa, giusto per marcare l’uguaglianza e lasciare limpidi i rapporti.

Vi sono anche casi in cui si accetta la convivenza per sopravvivere (per lavoro, conosco innumerevoli casi del genere), ma se uno dei due partner è senza lavoro o ha un guadagno misero, nel momento in cui la relazione s’interrompe si determinano condizioni di vita (non solo psicologiche) davvero pietose, laddove un matrimonio (ed un eventuale divorzio) qualche tutela la garantisce.

Insomma, tutto pare un po’ un casino. Gli uomini italici, in fondo alla loro antropologia, in una convivenza cercano il more uxorio per agire da mariti in tutti i sensi, fino a che fa loro comodo e quando non funziona più non ci sono danni da pagare rompendo la relazione.

Le donne italiche in una convivenza riuscirebbero anche a trovare una vera parità (la base è avere entrambi un lavoro, però), tuttavia rischiano che il tempo trasformi la convivenza in more uxorio, modalità per la quale si agisce da sposati (trasandatezza compresa e dando tutto per scontato) pur non sposati legalmente e quindi senza alcune tutele (specie se ci sono figli per lo mezzo, ovvero si è in etá pensionabile o ci sono invalidità).

Tutto ha una doppia chiave di lettura, come dimostrano anche i pittogrammi che abbiamo messo in gallery, dell’artista berlinese Yang Liu. Anche se Mordillo (in gallery) ci è arrivato prima.

Fino a che le differenze sono funzionali e non-discriminati, non c’è nessun problema ed è una gioia godere della ricchezza della diversità. Ma quando le differenze diventano funzionali al perpetuare di uno status quo sbilanciato, ovvero divengono strumentali per il vantaggio di una sola parte, entriamo nel campo delle limitazioni alla libertà, che il nostro codice civile ha cercato (con il diritto di famiglia) di annullare. Nei fatti —come abbiamo constatato leggendo l’articolo sulla rivista femminile e nei pittogrammi di Liu — le differenze sociali (legate alle differenze biologiche) resistono nello sbilanciamento alimentando luoghi comuni.

Mi sa che siamo avviati in una società di single per paura, paura di riconoscere uguaglianza di diritti. Come al solito.

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Tag(s) : #Amore 3.0, #convivenza, #matrimonio
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