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Amarcord a Luogosano

(L'originale venne pubblicato il 15 giugno 2009 su Ottopagine.)

Luogosano è come una millesfoglie. Si sovrappone a strati temporali nella mia memoria e nella mia vita.

C’è una Luogosano depositata nella mia infanzia come la descrizione di un posto lontano e chiuso. Una Luogosano irraggiungibile prima dell’Ofantina. La Luogosano della Zuegg. La Luogosano dei miei affetti, quella dei miei amici, quella dei ricordi di qualcun altro.

È strano come un posto diventi una sorta di nuda singolarità, quelle supernovae che non diventeranno buchi neri, ma che attirano lo stesso gli eventi, senza ingurgitarli inesorabilmente. L’orizzonte delle cose accadute e che accadranno è tutto ancora lì.

Si entra e si esce dai flash back e si confondono i ricordi delle cose ascoltate e di quelle vissute. Sino así de este modo en que no soy ni eres, […] tan cerca que se cierran tus ojos con mi sueño. (Soneto XVII, Neruda) Così, in questo modo in cui io non sono e tu non sei, […] tanto vicino che sono i tuoi occhi a chiudersi con il sogno mio. (Eh sì, non mi piace essere fedele nelle traduzioni.)

Come quando si andava a scuola prendendo il treno giù allo scalo. Una stazione in miniatura, una stazione Lego. E faceva tanto freddo chè don Luigino, il capostazione, vi faceva entrare nel suo ‘ufficio’ con la stufetta e non vi lasciava lungo il binario ad aspettare. Vi riscaldavate al suo caminetto, vi impregnavate dell’odore delle traversine arse, gli diventavate figli e quasi quasi non vi voleva lasciar partire.

Oppure, quando d’estate imparavate a nuotare nel Calore. C’era il posto dove si toccava sempre (la Palata, perché sotto c’erano i pali di una piccola diga), quello per lasciarsi andare (il Maretto), quello per gli esperti che si vede dal ponte prima di salire al paese, con le pietre a mo’ di trampolino (l’Officina, per via di un impianto idroelettrico pret-a-porter che serviva Luogosano e S.Angelo all’Esca, quando l’Enel non esisteva). E le guerre d’acqua con i ragazzi che venivano da Taurasi, San Mango e Paternopoli: una specie di Via Pal senza segheria e senza un Molnar a raccontarle.

Il Calore ha richiesto spesso un tributo e tanti sono affogati durante queste avventure. Ora nel Calore si morrebbe per cause chimiche. I pesci per lungo tempo lo hanno disertato.

Questi sono ricordi dei miei amici, di chi può ancora raccontarmeli e di chi non c’è più, come Girolamo, sepolto sui monti di Trento (a Rovereto, per la precisione) come la canzone di De Andrè.

E ancora su e giù nei racconti, portati via lontano. Perché Luogosano è paese di emigranti. Germania, Svizzera, ma soprattutto Belgio. A Brussels e a Charleroi ho incontrato tanti cossanesi, come dicono loro. Hanno lavorato e lavorano tanto all’estero, pure nelle miniere sono stati. Qualcuno si è fatto un nome nella ristorazione, come Angelo. Vorrebbero tornare, ma li ferma la mancanza di lavoro e di opportunità. Anche chi è in pensione non riesce a tornare: l’assistenza sociale, i servizi e la previdenza là sono migliori. Come tutti gli emigrati, si sentono amputati di un pezzo di vita e dei ricordi, con il grandissimo rimpianto di una terra che li ha mandati via.

Da Luogosano anche oggi si deve andar via per poter lavorare e vivere. I ragazzi si stringono nelle spalle, molti hanno fatto l’università fuori per avere chances in più e una volta tornati racimolano qualcosa andando a servizio nei ristoranti.

Luogosano si adagia bene tra le colline e pare anche bella da lontano. Gira da est ad ovest, mentre è nascosta da nord-ovest. Ha la montagna di Chiusano all’orizzonte che si erge come un immenso menhir conficcato a testa in giù nella vallata. Si vede benissimo dal campo sportivo che sta in alto. Da sotto, invece, dallo scalo ferroviario sembra un quadretto a tempera gouache di un borgo toscano. E dalla Toscana vennero gli operai che posero i binari della ferrovia, agli inizi del secolo scorso. Qualcuno di loro rimase. Noti subito il campanile antico, ma anche la torretta bianca e rossa delle antenne della telefonia, purtroppo.

Luogosano è un piccolo paese, conta un po’ più di 1200 abitanti. Ha un nome che sembra una magia. Ho letto che invece si chiami così per una sua caratteristica opposta, un po’ come Maleventum/Beneventum.

Conserva testimonianze latine e longobarde (mica potevano mancare?) e si vanta di un ponte edificato da Annibale. Due anni fa su La Repubblica (il quotidiano nazionale) scrissero a puntate di un viaggio sulle orme di Annibale. L’Autore si meravigliava con ironia della quantità di ponti che Annibale aveva edificato in Italia meridionale, approfittando degli elefanti, credo. Di sicuro molti sono spuri. Ma i luogosanesi sono orgogliosi del loro ponte di Annibale, spurio o non. D’estate sono scesa qualche volta sul greto delle anse del fiume ritiratosi. È piacevole farci un pic nic, il rumore dell’acqua e la fitta vegetazione fluviale evocano qualche esotica suggestione.

Luogosano ha una zona industriale, che però si chiama “San Mango”. In effetti, la zona era progettata al di là del fiume, proprio in agro sammanghese. Poi, hanno deviato il corso che faceva da confine e la zona industriale si è ritrovata a Luogosano.

Come tutte le zone industriali post terremoto, le aspettative erano molto alte. Ma non voglio affrontare l’argomento. Mi piace solo ricordare che ho conosciuto personalmente i Signori Zuegg, Karl e Oswald – padre e figlio. Per la verità, sono anche stata da loro a Lana d’Adige, prima che trasferissero la sede principale a Verona. La sede di Lana era allocata in un vecchio grande maso riadattato. La marmellata veniva cotta al piano superiore ed un largo condotto d’acciaio la calava giù nella linea di inscatolamento. Una vera meraviglia: sembrava una fabbrica di fiaba, con il magazzino stipato di ogni tipo di marmellata, in gusti che qui non si trovavano.

Conosco bene anche l’azienda di Luogosano e per un po’ di anni della mia vita l’ho considerata un luogo molto famigliare. I lavoratori stabili della Zuegg (che ha una produzione stagionale) sono innanzitutto miei amici.

A Luogosano prima della costruzione dell’Ofantina - che s’interrompe proprio lì davanti ad un’altura, all’improvviso e senza spiegazioni - era faticoso arrivarci. D’estate, quando il Calore non esondava per le piogge sotto il ponte ferrato, si scendeva per un’ardua pista da dietro Lapio. Il problema era prendere bene la rincorsa e farsi la salita al ritorno. Ora, invece, frane permettendo, ci vogliono venticinque minuti da casa mia. L’Ofantina, grande strada. Pare che attraversi veloce tanto mondo. A tratti sparisce addirittura il segnale della radio o quello del cellulare, s’insinua tra gole e varchi, si sospende a volte nei vuoti e scava buchi nelle montagne. L’avete mai guardata bene da Luogosano? L’ultimo tratto poggia su pilastri-monstre. Mi fa un “effetto aereo”: se ripenso che ci passo sopra con l’auto, a tutti quei metri d’altezza…

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Amarcord a Luogosano
Tag(s) : #reportage in Irpinia
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