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Bisaccia. Seconda parte

(Originale pubblicato su Ottopagine il 14 settembre 2009.)

Il vento ci ricorda la presenza delle pale eoliche che merlettano ogni crinale di ogni colle o altura intorno a Bisaccia ed oltre, in tutte le vallate di quest’ampia zona. Con il naso all’insù guardavo le prime pale anni fa e m’impressionavo: giganti silenziosi e misteriosi che osavano conquistare il vento. Ogive orizzontali di futuro – allora – sorta di velivoli incatenati alla terra ma alla quale non appartenevano, come ospiti extraterrestri con una missione: salvarci da un destino di impoverimento energetico. Oso un paragone: il bianco delle nuove pale ed il loro silenzio mi ricordano E.V.E. la robottina bianca e muta nel famoso film della Pixar, Wall-E, con la sua inesorabile missione salva-terra.

Ricordo le polemiche degli ambientalisti: deturpamento del paesaggio per una non significativa produzione energetica. Devo essere sincera: non mi disturbano per nulla le pale, anzi danno una caratteristica “strana” ma inconfondibile al paesaggio ed inoltre non condivido molto l’opinione di inutilità del sistema eolico. Per esempio, c’è Samsø, l’eco-isola danese, i cui 4300 abitanti sono totalmente autosufficienti energeticamente (e vendono pure l’eccedenza) grazie a 22 turbine eoliche, uguali a quelle di Bisaccia.

Bisaccia nuova, invece, è un “alveare senza socialità”, dicono gli abitanti che incontriamo. Un pezzo di paese ricostruito lontano dalla sua piazza, dove pietra e cemento si alternano senza il ricordo di nessuna storia.

Case nuove costruite tra campi e orti, un continuum edilizio e agricolo che non denota nulla, se non un egoismo collettivo di ricostruzione in ampliamento. Spontaneo appare un sorriso al ricordo di una recente proposta di legge nazionale sull’edilizia privata, che autorizzerebbe l’ampliamento delle abitazioni: un desiderio immarcescibile della collettività italiana, evidentemente!

Annoto alcuni manierismi edilizi improbabili, sorta di superfetazioni, cioè eccessi senza ragione. C’è molto cemento a vista, come per ridurre l’ansia da insicurezza sismica. La zona cosiddetta del Piano Regolatore è un dormitorio perché non ci sono gli spazi di aggregazione fondamentali per le piccole comunità.

Tre affollate antenne telefoniche sono confuse con le vecchie piccole e basse case dal tetto spiovente, antiche difese dal vento e dalla neve.

Bisaccia nel suo complesso urbanistico, tra parte nuova e ricostruzione del centro storico, è come slargata, come una coperta troppo tirata che si è lacerata in più punti, o come un discorso troppo pieno di pause che non è più intelligibile. Bisaccia, come anche altri nostri paesi post-sisma, non è più raccontabile socialmente.

Hanno spostato pure l’antico locale di Luis, ristoratore e dispensatore di saggezza. Michelangelo racconta che Giorgio Napolitano, l’attuale Presidente della Repubblica, durante i tour elettorali negli anni Settanta, si fermava sempre da Luis.

L’ho conosciuto anch’io, Luis. Stringeva la mia mano nel saluto con entrambe la sue, grandi e forti. Me lo ricordo negli ultimi tempi seduto accanto alla stufa all’entrata del vecchio locale, indossando il suo ampio grembiule bianco da lavoro, mentre accoglieva gli avventori. Ricordandolo, saluto idealmente anche Franco.

A perenne memoria di tutte le ricostruzioni, al limite del centro storico è stata lasciata una lastra (rudere di qualche antica costruzione) ad indicare un punto virtuale dal quale Bisaccia si è espansa urbanisticamente durante i secoli per ogni terremoto che l’ha colpita.

Molti Bisaccesi si dividono per lavoro tra Avellino e Foggia, si logorano sulle distanze quotidiane, ma ritornano. Salvatore (detto Nico), per citare uno dei tanti casi, viaggia ogni giorno per venire a lavorare ad Avellino da quasi trent’anni, Donatina, la sua simpaticissima moglie, invece, prende ogni giorno l’auto per andare a lavorare a Cerignola.

Pierino cita un antico detto dei braccianti agricoli “O Sant’Antuon’ a Vesazza o la vesazza ‘ncuoll”, cioè a dire “Si torna a Bisaccia per Sant’Antonio (per il quale nutrono una devozione fortissima) altrimenti ci si licenzia”. Tanto è forte l’attaccamento al paese ed alla sue tradizioni, come, appunto, la festa patronale.

Al Museo Civico prendo alcuni depliants, sono fatti molto bene, essenziali e patinati. Leggo i nomi di alcuni amici che ne hanno curato la redazione: Agostino, Nino il nostro cicerone. Hanno descritto quelli che sono i simboli e il glutinum di Bisaccia, come la Cattedrale, la Chiesa del Convento (dedicata al Santo Patrono), la piazza con il tiglio secolare, il Castello col la torre ed il loggiato. Coma abbiamo visto anche a Calitri, queste strutture – patrimonio comunale – per poter vivere devono avere uno scopo, un uso sociale, una missione civica. Sulle brochures si parla di Caffè Letterario, Biblioteca di Poesia, Botteghe dell’Artigianato. C’è voglia di vivere e non di sopravvivere. Ma la realtà è diversa.

Dalla Piazza del Belvedere davanti al Convento si vede un cielo terso e spazzato dal vento, signore di questo paese. Un falco ‘crestariello’ si adagia in portanza sulle correnti. Sale, plana, vira nei vortici: vive nel vento pure lui.

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Bisaccia. Seconda parte
Tag(s) : #reportage in Irpinia, #Bisaccia
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