(Originale pubblicato su Ottopagine il 6 luglio 2009.)
Per la verità, non so da dove cominciare. Ho visto tantissime cose. Non c’è un ordine e neanche voglio mettere ordine tra i miei ricordi.
Sono tornata ancora una volta a Calitri ed ogni volta imparo qualcosa. Per la verità, oggi abbiamo imparato in tanti: sono qui per una bella funzione sociale di un’iniziativa rivolta alla popolazione anziana della nostra provincia in tema di invecchiamento attivo.
Una migliore qualità della vita (soprattutto per le persone d’età) passa necessariamente per il mantenimento e l’allenamento delle facoltà cognitive, attraverso operazioni culturali e sociali, come questa ‘giornata di studio’ a Calitri. Questa iniziativa si deve all’impegno di Pierino, Michelangelo e, last but not least, Tonino.
Il fulcro della mia visita odierna in questo paese di cinquemilatrecento abitanti è il Borgo Castello. La cui storia dettagliata ho trovato anche su una delle tante pagine web sull’argomento (a cui rimando per i dettagli) a cura dello stesso architetto - un mio amico - che ci ha fatto un po’ da cicerone: Vito De Nicola. Di solito non cito mai nessuno per identificarlo così nettamente, ma questa volta faccio un’eccezione, perché il lavoro che lui ed i suoi colleghi della BAPPSAE hanno fatto per questo luogo è encomiabile. Lo ringrazio qui ancora una volta.
Per come era distrutto e ridotto questo borgo dopo il terremoto, ce n’è voluto di impegno (edilizio e progettuale, nonché di ricerca storica e scientifica) per renderlo com’è ora. Ma i lavori non sono ancora finiti.
Sono d’accordo che un recupero così ampio debba prevedere un utilizzo socio-culturale delle strutture, ed infatti una parte di questa particolare struttura ospiterà il Museo della Ceramica. A tal proposito, vorrei ricordare la caratteristica peculiare della ceramica calitrana (il nome del paese ha origini etrusche): segue le regole di preparazione e, specialmente, di decorazione dei ceramisti faentini, ovverosia, usano l’azzurro ed il rosso su sfondo avorio/bianco. Esisteva proprio un compendiario a cui si attenevano i primi artigiani venuti a Calitri da Faenza, appunto, e lì rimasti. Però, che bel gemellaggio.
Effettivamente, questo tipo di ceramica è diverso da quella arianese (l’altro nostro distretto tematico). Ricordo che Calitri poggia su argille compatte, in particolare quelle cosiddette ‘azzurre’, le quali, lontane da falde acquifere, rimangono resistentissime.
Il Borgo è stato edificato in alto, su un costone di argille azzurre, utilizzando sabbia arenaria risalente a 500.000 anni fa quando a Calitri c’era il mare, infatti in una delle lastre viarie si è visto il calco fossile di una grande cardium.
Prima del terremoto nel borgo viveva parte della popolazione, ed è architettonicamente interessante per la sua stratificazione edilizia continua nel tempo. All’inizio è stato sicuramente un castrum, poi, con la ‘pax Aragonese’ (cioè con l’arrivo dell’artiglieria pesante che non ha richiesto più strutture per lunghi assedi all’arma bianca), il castello è divenuto la base per agglomerati abitativi, anche a servizio dei signorotti dell’epoca (un nome per tutti: Gesualdo).
Mi colpiscono alcune opere edili (un muro esterno ed un’ampia volta) composte da strani bicchieri di terracotta, chiusi sui fondi tranne che per un buchetto al centro di un’estremità. Vito ci dice che sono mattoni alleggeriti: un’invenzione molto ingegnosa per creare camere d’aria ed anche areazione. Questi cilindri di terracotta sono stati delicatamente recuperati e riutilizzati. Il muro esterno, al vento – che a Calitri è pressoché costante - fischia come un flauto naturale: è il flauto del vento.
Nel saliscendi divertente tra i vani di questo borgo/palazzo/castello che contava circa trecento stanze, Vito ci racconta cosa hanno trovato e come hanno operato per dare un senso ed un filo di continuità a questo patchwork architettonico che ha ospitato romani antichi, normanni, angioini, aragonesi… e che ora ospita inglesi!
Ora vi racconto come mai. Le case abbandonate dopo “Il Sisma” sono divenute di proprietà del Comune (è successo così un po’ dappertutto), perché spessissimo nel cratere si è costruito fuori sito. La cosa è evidentissima a San Mango e a Conza della Campania, ma ne riparleremo.
A Calitri, però, parte di queste abitazioni sono state in tempi recenti acquistate da cittadini inglesi, interessati al luogo, alla sua storia ed alle sue caratteristiche. Ne sono state alienate una sessantina ormai.
Calitrishire? Oddio, la cosa mi fa piacere e non mi butto sul luogo comune per il quale sono gli stranieri ad averci capito di più dei nostri territori e non noi che ce ne andiamo. Ma se ci pensate bene, gli stranieri che comprano vecchie case da ricostruire, qui o in altri nostri paesi, hanno intenzioni ‘turistiche’ e se lo possono sicuramente permettere: siamo per loro un posto di villeggiatura. Ma noi, o specialmente i giovani irpini, non possiamo avere questo scopo, se è da sempre più importante sopravvivere in questi attuali tempi di mancanza di lavoro e di sviluppo locale. Gli inglesi (o un turismo di nicchia) a Calitri potrebbero rappresentare la prospettiva di uno sviluppo turistico reticolare possibile. D’altronde, è successo esattamente così nel Salento e vi posso garantire che è una gran bella terra, amata e sostenuta turisticamente, a cominciare appunto da quando gli inglesi acquisirono le ‘massarie’ da Lecce in giù.
Per la mia esperienza, ho visto che gli inglesi (quelli che hanno anche la vocazione immobiliarista), quando hanno scelto i loro posti di villeggiatura, hanno sempre portato vantaggi, perché sono stanziali, tendono a radicarsi e creare un habitat urbanistico ospitale e confortevole. Nel Chianti, tanto per fare l’esempio più famoso, è stato così. Ma anche a Sorrento e Marsala in Italia, e a Mallorca nelle Baleari. Sono posti che conosco bene e posso confermare che è davvero andata in questo modo.
Dal punto più alto di Borgo Castello, mi giro in tondo e seguo le direzioni all’orizzonte: vedo la Daunia pugliese (est), a sud Monticchio (in Lucania), il Cilento (verso sud ovest). Alle mie spalle rimane l’Irpinia. Sto per andar via. Stavolta, non ho potuto incontrare Mario – dipendente comunale - il mio amico di sempre di Calitri. Lo saluto qui ed ora.
Calitri è bellissima. Amo il suo panorama. Mi giro a riguardarla da sotto e mi ricorda Monte Sant’Angelo in Puglia, mentre si scende a sud verso Manfredonia. La stessa luce, lo stesso lungo racconto di casette colorate e fitte addossate tra di loro, con le finestre come occhi nel sole: “È una storia che parla dell’uomo della sua gioventù - delle sue speranze/l’hanno già raccontata meglio di me - la racconteranno meglio di me.” (Nazim Hikmet, Uno Strano Viaggio)
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