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La sindrome dreadlock. Ovvero: e se mi fossi fatta un piercing al naso?

Dread (o dreadlock) è quel tipo di capigliatura composta di ciuffi aggrovigliati, diventata un modello di ribellione dopo che Bob Marley l’ebbe adottata.

Tale è il connubio dread-ribellione/anticonformismo che l’associazione si è estesa ad altri modelli di comportamento giovanile, tra cui anche (e a sproposito, va da se) l’assunzione di sostanze psicotrope. Ad alcune fasce di popolazione – non solo vintage – i dread non piacciono e destano latenti sospetti. Analogamente, il disappunto può estendersi dai dread ad altri tipi di fogge e mode (tipo la capigliatura afro del figlio del neo sindaco di New York, de Blasio), abbigliamenti, linguaggi e così via.

Qualche giorno fa, io e mio figlio abbiamo discusso sulla fenomenologia dei dread, anche perché a lui piacciono e a me non tanto. La questione dread è stata però importante, avendomi offerto l’opportunità di un’autocritica, stimolata da una relazione TED di Andrew Salomon, sulle identità orizzontali e quelle verticali.

Salomon teorizza una classificazione vettoriale (una funzione di tempo e direzione, in questo caso) delle identità in capo a ciascun individuo. L’identità verticale riguarda tratti e/o caratteristiche trasmesse dai genitori attraverso il DNA (tipo il colore della pelle) e le norme culturali condivise tra generazioni (in questa accezione si tratta di un’estensione del concetto di diacronia, originario della linguistica). L’etnicità è verticale; anche la lingua lo è. La religione non lo è completamente (i riti non sono verticali, ma la cultura e/o un sostrato comportamentale formato ai principi di una religione lo sono); la nazionalità è verticale, solo nella misura in cui si continua a vivere nella nazione (o comunità nazionale, diverso dal concetto di Stato o di residenza in uno Stato) cui si riferisce.

La trasmissione orizzontale, invece, è riferibile a qualità non trasmesse attraverso una relazione genetica diretta, ovvero acquisite o auto-generate. Salomon ne elenca alcune: l’omosessualità, le malattie mentali, talune anomalie fisiche; così come usi e costumi, abitudini e credenze acquisite nell’ambiente di vita e/o formazione e condivise nei gruppi. Come i dread, per continuare con il nostro esempio.

Salomon spiega che la sordità – per esempio – è un’identità orizzontale perché, collegata alla condizione fisica (che non sempre è una trasmissione genetica diretta da genitori a figli), viene a crearsi un’identità di ‘sordo’ attraverso il patrimonio culturale comune al gruppo dei non-udenti, fatto di sistemi (molto interessanti e molto creativi) di comunicazione e abilità precipue (leggere il labiale, identificare visivamente le emozioni). Anche, l’omosessualità è orizzontale, perché oltre all’adesione alla propria inclinazione sessuale, si acquisiscono tratti e cultura peculiari del gruppo. Anche l’adozione dei dreadlocks è orizzontale, perché patrimonio culturale di gruppi/epoche/fan.

Il problema è che, come genitori, ascriviamo i tratti identitari dei nostri figli (anche quelli orizzontali) unicamente alla categoria delle verticalità, (erroneamente) convinti della totale trasmissione cronologica e diretta di educazione, usi e costumi famigliari. Quando le identità dei nostri figli non sono a noi gradite entriamo in una delle stanze di scontento-depressione-incazzatura, perché in quella loro ‘differenza negativa’ (ma negativa solo per noi, ovvio) intravediamo un nostro personale fallimento. Ovvero, cominciamo a cortocircuitare sul fatto che non siamo stati bravi come genitori nell’educarli ad una meno arruffata moda tricologica, sempre parlando di dread.

Va da se che i dread sono una quisquilia. Il problema che sorge dalla confusione tra identità orizzontali e verticali è che molto spesso le malattie dei figli (come pure certe patologie comportamentali, ovvero la dipendenza grave da sostanze, o atteggiamenti molto stravaganti, ovvero estremi e/o fortemente ribelli) vengono ascritte ai genitori, sia da questi medesimi che dall’opinione comune, creando non pochi disagi psicologici, con attivazione di sensi di colpa ingiusti, pregiudizi, ovvero accanimenti nei confronti dei figli con identità diverse da quelle parentali. Facciamo un altro esempio. Nella cultura giapponese, per esempio, è abbastanza riprovevole sposare un partner di altra etnia e tutto il sistema sociale del Sol Levante disincentiva le frequentazioni tra caucasici e nipponici, perché quella cultura (come succede anche altrove e per altri tratti identitari, tipo le caste indiane) non discerne le identità verticali da quelle orizzontali. I tratti verticali, come tutti sanno, sono indice di mescolanza e ricchezza culturale e non deviazioni dagli standard sociali.

Tutta questa riflessione geometrica sull’ortogonalità (incrocio tra orizzontalità e verticalità) dei tratti identitari è tornata utile per rasserenare me stessa sul fatto che, nonostante il dreadlock adottato da mio figlio (che tra l’altro è un ottimo chitarrista in una rock band e un dread fa parte della divisa), questi è fondamentalmente un micioso e pigro e che la sua reazione aggressiva rispetto alla mia non particolare affezione alla capigliatura è dovuta alla stessa sbagliata introiezione delle identità. Anche il suo impianto culturale purtroppo è subliminalmente tarato (perché tale è la pressione social-culturale) sul pregiudizio generale nei riguardi delle scelte e/o delle caratteristiche diverse e non comuni degli individui, le quali diventano colpe o deviazioni, tant’è che, più del mio giudizio, egli si preoccupa e reagisce al giudizio e allo sfotto’ dei suoi amici per quell’unico ciuffo dread. Inseguendo i miei pensieri, mi sono ricordata che da ragazza a me avrebbe fatto tanto piacere avere un anello indiano al naso, come quello che ora fieramente indossa Camila Vallejo, la pasionaria chilena (vd foto in alto). Penso che dovrei raccontare di questa mia ‘devianza’ a mio figlio. Anyway.

Una persona è il prodotto di vettori identitari che s’incrociano e sono questi a renderla unica. Questo assioma di base mi da l’opportunità di argomentare sul fatto che anche i giudizi devono diventare funzioni geometriche: discernendoli a seconda se le identità siano orizzontali ovvero verticali. Innanzitutto, i tratti verticali perderanno ogni connotazione negativa, in quanto non è un difetto (bensì una benvenuta varietà) essere biondi anziché mori, o cattolici anziché hinduisti, o parlanti maori, anziché quechua o chichewa, anche se poi le ostilità (e spesso anche le lotte) sono tra religioni diverse, tra popoli che non parlano la stessa lingua o cittadini che preferiscono la cassoeula (o il cous cous) al mallone (o allo stinco di renna). Tutte identità (e ricchezze) che vengono scambiate per difetti/errori/devianze, vicendevolmente.

Lo scrittore Kurt Vonnegut scriveva ai suoi figli “Accogliete il disordine e l’inaspettato della vita, e imparate un’altra lingua.” Magari, fatevi dei dread, o mettetevi un anello indiano al naso: ho capito che fa bene all’animo.

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La sindrome dreadlock. Ovvero: e se mi fossi fatta un piercing al naso?
Tag(s) : #Dreadlock, #Andrew Salomon, #Kurt Vonnegut, #Identita' verticali e orizzontali, #felicità
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