L'altro ieri, ho messo qualche 'santino' nelle cassette della posta, furtivamente.
Ho visitato alcuni negozi del mio quartiere, consegnando la 'maronnella'. Ho comunicato la mia candidatura e me ne sono scappata. Faccio più bella figura, perchè evito loro l'imbarazzo di cercare una scusa qualsiasi.
Non ho molti parenti in città, meno di una dozzina. Il rapporto tra una promessa di voto (giurata e spergiurata) e un voto certo è di 1 a 10. Tra una richiesta di voto ed un voto certo è di 1 a 100. Ho fatto un po' di conti e mi sto deprimendo.
L'Avellino Calcio è tornato in Serie B e i candidati a sindaco, altri politicanti et similia si sono accavallati sui media a chi la prometteva più grossa. Personalmente, penso che se l'Avellino Calcio sia stato promosso in B non è merito della politica, tanto meno dei candidati a Sindaco, nessuno escluso. Ma in questi giorni ogni cosa si trasforma in appiglio, pur di parlare. Ops, promettere.
Sto provando a contattare alcuni amici/amiche con i quali sono in buoni o addirittura in ottimi rapporti, cui spesso ho dato il mio disinteressato aiuto. Ricevo risposte piuttosto fredde, eppure non chiedo nulla, nè imploro (alla maniera che indicava Quinto Tullio), semplicemente comunico (non senza auto-ironia e auto-canzonatura) di essermi candidata al Consiglio comunale.
In ufficio, i miei colleghi raccontano di richieste di voto da parte di gente che s'inventa parentele. Non si lascia niente d'intentato. I voti si raccolgono come i 'punitcini' a briscola, per questo tante liste possono essere un vantaggio.
Ma come si è riusciti convincere le persone a candidarsi? Quando un candidato sindaco porta con sè tre/quattro/cinque liste (ovvero 96/128/160 candidati), è legittimo chiedersi cosa abbia promesso loro? Mah.
Ho chiacchierato con un altro mio amico e collega, che non vota ad Avellino. A modo suo ha provato a consolarmi, dicendomi che se avesse avuto la residenza in Città il suo voto alla mia persona era garantito. Che bello: un voto certo. Ma virtuale.
Parlo con amici e conoscenti e tutti vituperano il costume di chiedere il voto. Si lamentano che per il Corso ci stanno troppi petenti (alla latina). Capisco il disappunto. Ma non è peggio ammettere di aver votato sempre quelli sbagliati?
Anche gli endorsement sono timidi. Nessuno tra gli opinion leader della città si sta ancora sbilanciando verso questo o quel candidato. Non si è ancora fiutato il vento a favore di qualcuno. Qualche complottista o qualcuno innamorato della Teoria dei Poteri Forti sta immaginando trame e incontri clandestini per spostare pacchetti di voti e decidere a tavolino le sorti elettorali della Città. Sarà pure affascinante, ma questa matrix nostrana non mi convince. Anche perchè il Tramatore Massimo, il Divo Giulio, è appena morto e la pratica non riuscirà a nessun altro bene come è riuscita a lui. Ultimamente ci sono molti pisquani in giro, per giunta sesquipedali.
Ho notato che ultimamente sui giornali vanno molto di moda le speculazioni sociografiche. Mi par di aver letto su L'Espresso le candide dichiarazioni di Umberto Eco sui Sessantottini che non avrebbero conquistato nessun posto di potere. Ma se noi, Generazione X, non siamo al comando (non lo siamo mai stati), se non c'è neanche la Generazione Y nella stanza dei bottoni e se Eco stronca anche i BabyBoomer alpha, mi spiegate chi ci sta governando e per giunta così male? Con chi dobbiamo prendercela?
Lo spunto generazionale riaggancia il mio pensiero allo spettacolo di Paolo Capozzo, cui ho assistito sabato sera (vedere link in basso), sul 1980. Paolo non ha menzionato la morte di John Lennon, per esempio. Ma io so perchè: noi non siamo mai stati sognatori (i dreamer di Imagine), non ci siamo mai cullati in nessun sol dell'avvenire. Era già stato tutto spento (e pure in fretta) nell'era del riflusso. Tempi oscuri assai: Ustica, la Stazione di Bologna, l'allargamento dell'area terremotata (dal cratere irpino-lucano fino al Golfo di Napoli and beyond).
E' l'anno in cui esce Blade Runner, in cui viene eletto Reagan (e da lì lo sdoganamento degli artisti come politici), muore Tito e scoppiano i Balcani. Tutto, quando stiamo diventando maggiorenni noi. Come si fa a pensare positivo nell'anno in cui pure i Dire Straits se ne escono con un album dal titolo Brothers in Arms? Poca consolazione sapere che quel gran figo di BonJovi ha la mia stessa età (BonJovi è uno dei miei indiscussi miti. Sapevatelo). Nel 1980 l'Avellino Calcio è in serie A, però.
Su quell'anno si potrebbe scrivere un'epopea e dare a noi ragazzi di allora una medaglia per come siamo riusciti a sopravvivere, noi che non siamo tavor-dipendenti, che ci siamo accontentati, le cui rimpatriate tra compagni di liceo sono sempre fallimentari (non c'è nulla di bello da ricordare assieme), che pur se andati via non ci siamo emencipati e ci portiamo da sempre la mestizia di una responsabile e immanente tristezza. E' come se ancora stessimo aspettando di fare il liberatorio viaggio con Interrail dopo l'esame di maturità. Chissà se Paoletto la scriverà prima o poi una nuova versione del suo monologo e ci metterà tutte, ma proprio tutte le storie dei ragazzi e delle ragazze del quartiere (per la precisione, Via degli Imbimbo) diventati adulti a forza, nel 1980.
A domani. Cià.
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Orienteering. VIII puntata del Diario Elettorale
(La foto di Paolo, tratta dallo spettacolo, è tratta dal sito ufficiale del Teatro99Posti.) Ieri, davanti alla Villa Comunale, c'è stato un primo incontro pubblico. Nel senso che ci siamo messi ...

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