(Il reportage in origine venne pubblicato su Ottopagine il 25 maggio 2009)
Sono arrivata a Calabritto per l’accidentata strada interna da Senerchia (viaggio della puntata precedente). È stato facile raggiungere la Casa Comunale di Calabritto. Tra l’altro, sapevano del mio arrivo ed era tutto pronto.
Ho scoperto, per l’occasione, che il nome del paese non ha un’etimologia certa. Le fonti più numerose lo fanno comunque derivare dal nome di una donna, e, da quel che leggo, non certo una madonna.
Avevo fatto una brevissima ricerca preliminare sulla Rete ed avevo letto che “i reperti trovati non hanno ancora ricevuto un giusto valore archeologico e che il più delle volte sono stati distrutti per ignoranza da quegli stessi uomini che li avevano trovati”. Non so di cosa dolermi prima: del mancato riconoscimento o della distruzione.
Calabritto ha una frazione che si chiama Quaglietta, il toponimo di oggi è molto curioso. Funziona come un piccolo Comune nel Comune, quindi, doppi registri di stato civile. Infatti, prima era proprio un paese a sé stante ed il suo nome deriva da Aquae Electae, il toponimo di allora era molto aulico.
Da Calabritto gli emigrati sono tanti. La stragrande maggioranza si trova in Sudamerica. Abbastanza ne sono ritornati ed hanno costruito una casa nel paese, per passarci la vecchiaia.
La dipendente comunale che mi accoglie è una giovane futura mamma. La cosa mi fa piacere e mi meraviglia. Chissà da quando non vedevo una dipendente pubblica in dolce attesa.
Come due colleghe-amiche, sfogliamo le nostre carte. Dalle finestre del suo ufficio si vede un panorama estesissimo verso sud-est.
Ogni tanto arriva qualcuno per una Carta d’Identità, un certificato, un sollecito.
Sono arrivata tardi da Senerchia e si è fatto tardi. Meno male che mi aspettano amici di qui per pranzare assieme. Sono innanzitutto qui per lavoro e quindi lavoriamo.
Prima di oggi, ero venuta due settimane fa a Calabritto, in occasione di un funerale. Stessa giornata di vento e sole. Aspettavamo il corteo funebre dalla ringhiera della nuova Chiesa, di fianco ad un costone altissimo di roccia. Ci salutò anche il parroco straniero.
Mentre aspettavamo, Pasquale ci raccontava del paese. Mi disse pure di far parte della corale parrocchiale. Pasquale, il rivoluzionario d’antan.
Il cellulare mi avvertiva di un segnale Wi-Fi non protetto. A Calabritto? Fantastico. Personalmente, penso che i Comuni debbano realizzare hot-spots gratuiti. Decisamente più nel bene che nel male, il Web ha un’importante funzione socializzante e informativa, per giovani e meno giovani. In questo caso, però, il segnale non era un benefit del Comune.
Una volta arrivato il corteo, il figlio del defunto, nostro carissimo amico, si staccò e venne a salutarci, pensai che ci fosse grato (non si dice “contento” in un’occasione funebre) per essere lì, non foss’altro per tutti quei kilometri da Avellino.
Intanto, per oggi ho finito il mio compito istituzionale e adesso Pasquale mi aspetta fuori del Municipio. È proprio a casa sua che pranzerò. Lui e la sua famiglia vivono in un appartamento in piazza. Una costruzione dopo terremoto. Confessa ridendo che non si sente sicuro in queste costruzioni: sarà l’effetto Abbruzzo.
Pasquale ha una dolce moglie ed una suocera incredibile. Pur nella malattia ha una forza dentro che si capisce tutta dalla voce, dalla presenza di spirito, dallo sguardo e dalla simpatia con cui ci accoglie. Mi piace tanto questa donna-nonna. Mi ricordo di tutte le volte che Pasquale ne ha tessuto le lodi di cuoca e di come ha preferito sempre tornare a casa dalla suocera che fermarsi con noi ad Avellino. Una nonna, che cardine fondamentale è stato fino a poco tempo fa per tanta società meridionale.
Be’, però oggi non si scherza. Asparagi selvatici a gò gò e “pizza e menesta”.
Il divertente del pranzo è l’interazione a tavola di Pasquale, Concetta sua moglie e dei figli: Gianluca e Marco. È tutto un gioco di intrecci e rimbalzi di citazioni di un lessico familiare complice e divertito, di ripescaggi amarcord di quando stavano a Bologna, delle foto di Pasquale nel Sessantotto che da giovane sembrava il fratello piccolo (e magro) di Guccini.
Nel tardo pomeriggio scendiamo nella piazza. Si vede un gran bel panorama. Comprese le montagne ed il Santuario della Madonna della Neve, meta di pic-nic, che mi raccontano, epici per le grandi quantità di vino. Ritorna Guccini: il vino, le impressioni di un momento, i ritratti, i ricordi e Pasquale capellone con la sua barba persa dopo il Sessantotto.
Ritorno a considerare la piazza. Non voglio sbagliarmi, ma vedo negli sguardi dei ragazzi, che si affastellano sulle poche panchine, il lampo di un rimpianto verso qualcosa che lì a Calabritto non c’è: opportunità, intesa come occasione, chance.
Marco, per esempio, studia all’università fuori come tanti dei nostri giovani, a Calabritto torna abbastanza spesso. Ha quel distacco dal paese che gli serve per andarsene e pensare a costruirsi un’opportunità, ma ha la sua terra nello sguardo.
Calabritto non mi ha dato l’impressione di una terra di frontiera geografica, come Senerchia, ma di frontiera dell’anima, sì. Non salta sulla Valle del Sele, rimane in Irpinia e le mie riflessioni si scolorano come dopo un fermo-immagine, sull’orizzonte degli eventi. E scompaiono, perché non trovano il luogo delle risposte.
Salgo sull’auto che i raggi del sole sono diventati lunghi e rosati. Ci vuole più di un’ora per casa. Niente autoradio, stavolta: “Per quello che ci basta non c'è da andar lontano e abbiamo fisso in testa un nostro piano: se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male.” (Guccini, Gli Amici)
