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Arroganze generazionali

Ho letto una recensione all’ultimo libro di Lidia Ravera, che racconta di conflitti generazionali.

In particolare, si tratta della storia di Elisabetta, ex sessantottina che non ha voglia di farsi mettere da parte da una generazione accanita e ’rivendicativa’, quella dei TQ, i Trenta-Quaranta. Quella, cioè, cui appartiene anche il nostro bulletto premier. Renzi tiene gli anziani e i maggiorenti del suo partito (ma non solo del suo partito) sotto ricatto: o fate come dico io (e ingoiate tutto, ma proprio tutto) o vi mando a casa. E si sa, un vitalizio/una cadrega è merce di scambio ambitissima. Razzi insegna.

Abbiamo visto come alle recentissime votazioni per le riforme anche le cariatidi del piddì che gridavano all’imposizione semi-dittatoriale si son piegate.

(Vi voglio rasserenare: questo articolo non parla di Renzi, né di politica.)

Prendo a spunto il libro di Ravera per riflettere con i Lettori circa le battaglie generazionali, le quali son sempre esistite, ma tutto si era sempre combattuto a livelli psicologici (l’assassinio virtuale dei padri) o culturali, talvolta tecnologici. Ai nostri giorni, tuttavia, la battaglia è più feroce perché intere coorti generazionali risultano ancora tutte molto attive: pre-sessantottini, sessantottini, baby-boomers del riflusso, TQ e Millennials si contendono tutti assieme contemporaneamente le stesse risorse, lo stesso spazio, le stesse ribalte.

(Per non alimentare confusioni, ho usato la suddivisione sociologica che afferisce alla composizione demografica italiana.)

Troppi contendenti e tutti agguerriti a non voler lasciare presìdi e posizioni determinano un accanimento nella lotta, non un vantaggio per la pluralità di punti di vista ed esperienze. Tutt’altro. Perché è lotta a far cadere gli altri dalla giostra, non a salirvi assieme.

C’è anche da dire che le più giovani generazioni (esclusi i Millennials perché per molti sociologi, essi si proteggono ancora abbastanza comodi nei nidi e nelle costellazioni famigliari intatte), quindi i TQ, aumentano la loro energia, mossi dal sacro furore di rottamare perché si deve rottamare.

Rottamare a prescindere è il comandamento del millennio. Ripeto, l’avvicendarsi conflittuale delle generazioni è nell’ordine delle cose, ma finora, nella Storia psicologica collettiva nonché sociale italiana non si era ancora misurato un così alto tasso di arroganza, della serie ’vi dovete togliere dalle palle senza se e senza ma’.

Ovviamente, tutte le fasce (le nicchie, le falangi, le coorti, le legioni) di popolazione variamente agèe, anche solo di poco, non ci stanno. Soprattutto i neo cinquantenni (dal 1964 a retrocedere per circa un decennio), da sempre schiacciati dai sessantottini, ancora forti e stabili in alcune posizioni (culturali e politiche) di potere, avendo a loro volta condotto una battaglia generazionale epocale.

I neo-cinquantenni sono una generazione davvero sfortunata, perché hanno vissuto il riflusso restauratore e subiscono ancora la preponderanza della generazione precedente. Come se non bastasse, si è accesa divampando la rabbia dei TQ, i quali temono il silenzio della Storia su di loro e hanno cominciato a scalciare. Spesso di brutto. Insomma, i neo-cinquantenni incudini di due martelli.

La rivoluzione dei TQ di oggi non ha la stessa genesi né la portata culturale del Sessantotto, tuttavia ha molto di prepotenza gestita individualisticamente. Il peso dell’allungamento delle aspettative di vita e di ribalta si fa sentire più intenso rispetto ad omologhe stratificazioni demografiche di cento anni fa, quando un cinquantenne era ormai molto innanzi sul viale del tramonto, perché l’aspettativa media di vita era inferiore.

L’affollamento demografico di più generazioni attive fa soffrire i TQ, incalzati inoltre da questa smania di nuovismo e dal concetto che se non si agitano abbastanza (cioè molto) non ci sarà mai più tempo per loro, mossi come sono dall’ansia di recuperare più tempo, spazio e attenzione possibili. Il loro difetto è la mancanza di collettività e solidarietà, tanto che il più famoso manifesto della generazione in parola (quello degli scrittori TQ) è perito miseramente dopo poco dai suoi pur altissimi alti proclami di impegno, di ricerca di merito e richiesta di rispetto.

Ciò non di meno, le generazioni più agèe che nella Storia sono sempre state considerate un patrimonio, avendo una funzione pedagogica per le generazioni successive (incubare le future classi dirigenti, per esempio, selezionarle vedendole all’opera, chiamarle all’affiancamento), subiscono un inusitato attacco generazionale, più inferocito del ragionevole, sociologicamente parlando.

Dobbiamo pure capirli, però, questi TQ, molti dei quali sono precari, stabilmente precari. È la generazione dei ricercatori-a-800-euro-al-mese. La loro è una rabbia di sopravvivenza. Molti, tuttavia ci marciano. Sono i nuovi rampanti, yuppies senza ideologia yuppie. Siedono o sognano di sedere ai tavoli di qualunque Leopolda, riempiendo, più di ogni altra fascia sociologica, di sé e delle loro prodezze artistiche e lavorative i social media. Con il vittimismo che reclamano come diritto (da quando l’ex premier Monti li definì ’generazione perduta’) , parlano di merito, come se fosse oggigiorno ascritto solo a loro.

Nei decenni, altre generazioni si sono autodefinite ’perdute’. Anche la mia, per esempio. Ancora spettiamo pazienti che venga il nostro momento, perché ci insegnarono i nostri maestri che il riconoscimento sarebbe arrivato prima o poi se avessimo ben studiato e fatto il nostro dovere, se si fossero seguite le regole e rispettato l’ordine delle cose. Stiamo ancora aspettando quel nostro momento.

Nell’attesa, ci capita un premier TQ che nel mentre diceva di rispettare i capi e l’ordine delle cose (#staisereno), ha usato colpi di mano. Questo è l’esempio più noto di una certa qual arroganza non sempre supportata e circondata da quel merito rivendicato con rabbia da una generazione, la quale, per quanto precaria (i disoccupati e gli esodati over cinquanta li abbiamo nascosti sotto il tappeto? E i millennials non saranno ventenni per sempre) non è la vittima principale, né quella che può urlare più delle altre.

Quando le risorse scarseggiano, la lotta si fa più feroce. Ed è l’unica spiegazione più plausibile.

Tag(s) : #generazioni, #millennials, #TQ, #Matteo Renzi

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